Non leggo, non scrivo: digito ergo sum

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Siamo davvero destinati a smettere di leggere e scrivere?

Leggere? Ohibò, una inutile tortura. Scrivere? Dai, egizi, ma che roba sono sti geroglifici? Non siamo su Scherzi a parte, piuttosto dentro un oggi e, soprattutto, un domani che già vede e ancor più vedrà lettura e scrittura sparire man mano dalla scena. Protagonisti neanche scomodi, semplicemente ormai ignorati, in un mondo sempre più tweet. Ma per entrare dentro questo Nuovo Mondo che mai un Orwell o un Asimov avrebbero a tal punto immaginato, partiamo da due “news”, da un capo all’altro del mondo. 27 novembre, dalle agenzie: “Finlandia, dal 2016 verrà abolita la scrittura a mano nelle scuole”. 2 dicembre, Repubblica (traduzione dal “New York Times”): “Macché ebook, i libri futuri saranno voci”.

La prima. Arriva dalla fredda e colta Finlandia, ma a quanto pare concretizza quanto sta bollendo in pentola da tempo, in tutto l’occidente “civilizzato” (sic), tecnoglobalizzato per intenderci meglio: ai bimbi non si daranno più penne, pastelli e quaderni (sembrano le pinne, fucile ed occhiali di Edoardo Vianello anni ’60), ma computer, tastiere e touchscreen. Niente più vocabolari, ma manuali per internauti. In realtà, per ora la legge made in Finlandia prevede la fine della “scrittura in corsivo”, ossia le lezioni di calligrafia, subito sostituite da web & mouse (novelli Minnie e Topolino): ma tutti ammettono, nel paese dei fiordi, che è solo l’antipasto, perchè presto si arriverà al piatto forte, a base di un abbandono totale della scrittura manuale, a favore dell’uso del computer. Una spiegazione viene subito fornita: quando i bimbi cominciano – in media a 7 anni – le elementari, “generalmente sanno già leggere e scrivere”: quindi piccoli Einstein crescono, e presto buttano dalla finestra i vecchi arnesi della conoscenza. A confermare la notizia, poi, un’intervista di Minna Harmanen – componente del consiglio nazionale dell’educazione in Finlandia – alla Bbc, dove viene precisato che “sarà abolita la scrittura manuale in favore del fluent typing, una svolta verso la digitalizzazione e un radicale cambiamento in uno dei fondamenti dell’insegnamento”.

Si sono levate, a questo punto, le prime proteste, focalizzate soprattutto su un tema prettamente economico, ossia i costi. “Scrivere a mano – osserva Vanessa Niri su Wired è una competenza praticamente gratuita. Un computer o un tablet, o uno smartphone, costano. Anche ammettendo che il programma finlandese distribuisca a tutti i bambini la strumentazione informatica scolastica e quella per esercitarsi a casa, una volta diventati grandi, magari, non avranno i soldi per comprare computer e tablet. O forse li avranno, ma sceglieranno di non spenderli in quel modo”. Poi, qualche quesito più terra terra: se manca la corrente elettrica? O se le pile si scaricano? Oppure: se sei incapace di usare la penna, come farai a compilare in futuro un qualunque modulo burocratico? Si risponde: ma scrivi in stampatello, perchè – a quanto pare, udite udite – la scrittura in carattere stampatello non viene abbandonata (forse gli avvocati – da noi – stanno precorrendo i tempi, perché è ormai prassi frequente scrivere così i verbali di udienza per evitare scritture di dubbia leggibilità e/o doppia interpretabiltà). E se la firma digitale caso mai è vittima di un black out, c’è poi sempre la salvifica x d’antan.
I pro riforma finnica trovano facili proseliti. Secondo Valerio Porcu, oggi, troppi studenti arrivano all’università con forti lacune informatiche, quindi ben venga un’iniziazione precoce a web e computer. Quindi a tutta tecno-educazione, e nessuna paura: “l’idea che diventino adulti del tutto incapaci di scrivere a mano è semplicemente stupida: sapranno farlo, magari con qualche incertezza di troppo, almeno in stampatello”. Cin cin.

Aggiunge Porcu: “Si parte da una situazione più che rosea, un paradiso della formazione che in Italia possiamo solo sognare. La Finlandia è un faro di modernità e d’innovazione quando si tratta di scienze didattiche e successo formativo. E’ tra i paesi chi si piazzano sempre primi ai test Pisa, e si distingue per la percentuale di studenti che riesce a ottenere un diploma superiore (93 per cento degli iscritti) e quantità di studenti universitari (66 per cento)”. Perfetto. Del resto, la letteratura finlandese oggi è al top, guest star alla fresca fiera di Francoforte: il successo internazionale – per fare un solo caso – de “L’anno della lepre” di Arto Paasilinna è tutto lì a dimostrarlo.
Qualche nota a margine. In soffitta da tempo inchiostri e calamai, licenziate penne e matite, negli scantinati quaderni a righi e quadretti, block notes, diari e simili anticaglie; al bando lavagne, gessetti, pennarelli, pastelli, stilo, biro; a morte cartoline e lettere, al capestro timbri e francobolli (per la serie: bollati a vita i valori bollati): evviva, dopo la videoscrittura avremo i videopensieri, le videoemozioni, i videoricordi, i videorimpianti. Tenere un diario? Bestemmia. Al massimo, un tweet ogni dodici ore. Appunti di viaggio? Se sei bravo, una mail da 2 righe dopo i pasti (o dopo i post: caso mai, aggiungi un post a tavola).

E passiamo al secondo tempo. Libri, addio. Al macero quintali di carta, in fumo odori e aromi dei freschi di stampa, nel cesso la voglia di sfogliare e palpeggiare le pagine, in gattabuia copertine rigide o telate, sovracopertine, dorsi, colori. Vietato invecchiare, andare in soffitta o in cantina; muffe addio, pagine ingiallite off limits, librerie al bando, librai al rogo (quei pochi appestati rimasti sul campo), rigattieri e mercatini cupi ricettacoli di Ebola. Una Fahrenheit 451 cotta e mangiata. Ma quale sarà mai il nuovo re? L’ebook, of course. Il libro digitale, che puoi leggere comodamente sul Frecciarossa o il Jumbo per gli States (come una volta l’Antonetto da prendere con Arigliano sul tram), puoi scorrere carezzando il tuo inseparabile i pad, o titillando lo smart. Tutte le major dell’editoria tradizionale da un po’ o sono defunte o si sono riconvertite, per sfornare ebook come pizzette o panzarotti caldi. Fatta la rivoluzione, ecco servita subito la rivoluzione della rivoluzione.

Leggiamo dal New York Times l’inicpit di un reportage firmato Alexandra Alter: “Jeffery Daver deve molto alla carta stampata. L’avvocato trasformatosi in autore di thriller ha pubblicato negli ultimi 26 anni 35 romanzi, vendendo un totale complessivo di 40 milioni di copie. Ma la sua ultima opera, The Starling Project, la storia di un navigato cacciatore di criminali di guerra, non si troverà in libreria. Non verrà proprio stampata. E’ stata concepita, scritta e prodotta come audiodramma, da Audible, un sito che offre un vasto catalogo di audiolibri. Se i lettori vogliono questo romanzo, dovranno ascoltarlo”. Continua Alter: “E’ la dimostrazione che gli audiolibri, a lungo considerati un’appendice della carta stampata, stanno acquisendo dignità propria di mezzo creativo. Come Netflix, il sito di streaming che ha creato la serie tv House of Cards e Orange is the New Black, Audible punta a distinguersi nel fiorente mercato dell’audiolibro producendo contenuti originali. Finora ha commissionato e prodotto circa 30 opere di svariato genere”. Commenta Donald Katz, direttore di Audible: “Non dobbiamo limitarci a scegliere contenuti che diano una ottima resa audio, è ora di inventare l’estetica di questo nuovo mezzo fin dalla base”.

Uno che sa il fatto suo, Katz, fondatore – vent’anni fa – di Audible, poi venduta al colosso Amazon snel 2008 per 300 milioni di dollari, rimanendone al timone come direttore. Oggi la Audible made in Amazon domina il mercato a stelle e strisce con la bellezza di 170 mila opere nel carniere, di cui 18 mila prodotte nel solo 2014. Una vera e propria escalation, visto che dal quasi nulla durato per molti anni, si è passati (sempre negli Usa) a oltre 6 mila del 2010 e a 36 mila titoli dell’anno scorso. Del resto, le performance targate Amazon non sono mai da poco: una per tutte il colpaccio messo a segno dal suo fondatore, Jeff Bezos, che l’anno scorso, in pieno ferragosto, ha comprato nientemeno che lo storico Washington Post. “Uno sfizio – commentarono a Wall street – messo a segno non da Amazon ma da Bezos in prima persona”. Come dire, le cose serie ormai viaggiano sul mondo digital-globalizzato prossimo venturo, la carta stampata è carta straccia, al massimo uno sfizio a perdere…
Così conclude il suo reportage Alexandra Alter: “Deaver ha adeguato la sua scrittura al mezzo e ha terminato il libro in cinque mesi. Lo scrittore non ha intenzione di trasformare The Starling Project in un libro tradizionale. Spera invece che questo progetto lo aiuti a costruirsi un pubblico nuovo, fatto di ascoltatori”. E infatti spiega Deaver in persona: “esistono tanti passatempi alternativi alla lettura e gli autori devono affrontare una concorrenza agguerrita da parte di videogiochi come Assassin’s Creed, Minecraft, Angry Birds. Questa soluzione fornisce al pubblico un accesso più semplice alla narrativa di qualità”. Tutti i gusti sono gusti, mister Deaver, per uno yankee certo meglio un cheeseburger di un brasato al barolo, una pepsi di un prosecco.

Ma ecco le sorprese italiane: da noi mamma Rai ha pensato bene di regalare agli italiani “l’alfabetizzazione digitale: Manzi 2.0”. “In onore del maestro – viene sottolineato – che con il suo ‘Non è mai troppo tardi’ insegnò a leggere e a scrivere agli italiani, il progetto intende diffondere la conoscenza degli strumenti informatici del terzo millennio. Si tratta non una trasmissione specifica, ma una contaminazione dell’intera programmazione” (e a proposito di grammatiche, s’è perso un ‘di’ per strada…). A viale Mazzini forse intendono alleviare un gap, sottolineato sul Corsera del 19 dicembre da Luca Mastrantonio: “un italiano su tre non ha effettuato mai alcun accesso a internet, un dato che richiama la crescita della popolazione che non sa leggere, scrivere o fare di conto. E si accentua così la spaccatura fra intellettuali e chi legge o scrive (online)”.

Avviso ai naviganti. Sconsigliamo vivamente un Deaver. Consigliamo caldamente un “noir tra cani umani troppo umani” (Repubblica, 3 dicembre), ovvero uno dei tanti thriller – per rimanere in tema, e non far troppi torti all’avvocato Deaver – scritti da una donna di grande intelligenza e sensibilità, Alicia Gimenez Bartlett, autrice di un testo pubblicato nel fresco “Almanacco Sellerio 2014-2015”. Così scrive Alicia: “I cani non sono colpevoli di genocidi, non hanno responsabilità funeste come quelle che costellano la storia dell’umanità. Sono semplici, benevoli, pieni d’amore. I cani sono diventati il più stretto legame che mi unisce alla vita. Quando lavoro al computer loro sono sempre accanto a me. Mitigano, con la loro presenza, la terribile solitudine della scrittura”. E conclude: “nei loro occhi vedo il divino. Su questo ho finito una storia che tengo nel cassetto”. Abbasso Deaver, viva Alicia.

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