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LE MILLE E PIÙ IPOTESI SUL FUTURO DELLA RAI

Il modello da seguire è la Bbc? Il servizio pubblico deve restare tale o bisogna privatizzare? Difficile orientarsi tra le opinioni contrastanti su come rifondare la Rai.
Corrado Calabrò sottolinea la natura “bifronte” della Rai: metà servizio pubblico e metà società. Dunque per il presidente dell’Agcom servono due profili gestionali diversi, ma convergenti.
«Il modello resta quello della Bbc inglese. Per cominciare, bisognerebbe affidare a una Fondazione o a un “Comitato dei saggi”, espressione della società civile ancorché di nomina parlamentare, la responsabilità della missione di servizio della Rai. Gli indirizzi della Fondazione vanno poi attuati da Rai Spa, società di diritto privato a capitale pubblico, con un management snello e autonomo: un amministratore delegato con pieni poteri operativi, responsabile della gestione e delle nomine (…) E poi, per sottrarre definitivamente la Rai al controllo politico, si potrebbe considerare l’ipotesi di far entrare nella Società un azionista pubblico di riferimento che non s’identifichi con il governo: per esempio, la Cassa Depositi e Prestiti che, in base a una legge del 2011, potrebbe rilevare anche la maggioranza delle azioni detenute dal Tesoro», ha dichiarato Calabrò in una recente intervista rilasciata a Repubblica.
Claudio Petruccioli, presidente della Vigilanza dal 2001 al 2005 e della Rai dal 2005 al 2009, si affida all’autorità di Monti. Secondo Pertuccioli le due nomine affidate al premier (un consigliere, il presidente, oltre che una forte influenza per la scelta del direttore generale) possono fare la differenza in un contesto partitico così smembrato come quello attuale. Pertuccioli evidenzia che gli altri sette membri del cda sono nominati dalla Vigilanza che ad oggi è letteralmente divisa a metà: venti consiglieri espressione del Pdl e Lega e venti della vecchia opposizione (Pd, Terzo Polo e Idv). Dunque per l’ex presidente sarebbe più difficile, visto i non pochi screzi tra partiti e la rottura tra Lega e Pdl, che si formi un fronte compatto. Quindi anche la legge Gasparri andrebbe bene.
La lotta per sottrarre Viale Mazzini ai partiti sarà comunque dura. Il governo dovrà fronteggiare una decisa alzata di scudi in Parlamento. Il Pdl vuole estromettere il governo da possibili riforme su Viale Mazzini che spetterebbero solo al Parlamento.
Gasparri precisa che la Rai, in base alla sentenza 225 della Cassazione del 1974, è competenza della commissione Vigilanza che a sua volta è espressione diretta del Parlamento. Il capogruppo Pdl precisa che ogni decisione compresa la designazione del presidente e del dg devono essere ricondotti all’alveo parlamentare. «Con gli attuali criteri, tutto è doverosamente riportato a una sede parlamentare. Esattamente come impone la Corte di cassazione in più sedi. Ecco perchè la mia legge non è mai stata accusata di incostituzionalità». Da sottolineare che Gasparri, almeno lui, riconosce che l’ipotesi privatizzazione è già contemplata. «L’attuale legge prevede che l’azionista, attivando alcuni meccanismi, possa procedere alla cessione di parti dell’azienda. È un problema di strategia complessiva. Però lo strumento c’è», conclude Gasparri.
Massimo D’Alema propone un’altra strategia: una cura dimagrante alla Rai. Per il presidente del Copasir «si dovrebbero privatizzare due reti mentre il servizio pubblico dovrebbe essere interamente finanziato dal canone, modello Bbc». D’Alema è propenso ad un amministratore unico, il “famoso supermanager” con ampi poteri che vuole Monti, e ad un’Autorità modello Agcom, di nomina del Capo dello Stato.
Insomma le sfaccettature per una possibile rifondazione sono tante. Ciò che bisogna augurarsi e che Viale Mazzini superi la crisi economica, editoriale e di credibilità. L’importante è che si cambi, anche se niente si trasforma. Va bene uguale.

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