Privacy

L’armata Brancaleone colpisce ancora

Un Paese singolare

L’Italia è un Paese singolare. Prendiamo l’ipotesi che il dipendente di un’impresa, o di un ente pubblico, scopra che il suo datore di lavoro ha dato disposizioni per controllare le sue mail. All’inizio si innervosisce. Si scandalizza. Ne parla con gli amici, con la moglie e con il figlio. Quest’ultimo, più addentro alle cose del mondo, consiglia al papà di rivolgersi al Garante per la privacy. È convinto che il datore di lavoro verrà sanzionato, perché controllare la corrispondenza di un dipendente è una palese violazione della riservatezza.

Quando il “datore spione” è il Garante

Ora prendiamo un’altra ipotesi. Questo dipendente non lavora per un’impresa privata, ma per un ente pubblico. E quell’ente pubblico è proprio il Garante per la privacy. Probabilmente il signore non ha bisogno dei consigli del figlio. Sa perfettamente a chi dovrebbe rivolgersi, ma una domanda se la deve porre: come posso denunciare una violazione della mia riservatezza proprio all’autorità che l’ha violata?

Il caso Fanizza

In questo sempre singolare Paese può accadere che il segretario generale del Garante per la privacy, per individuare chi avrebbe passato informazioni alla trasmissione Report, abbia preteso di accedere non solo ai log tecnici, ma anche alla corrispondenza dei dipendenti. È un passaggio delicatissimo, che rischia di travalicare i limiti della tutela della privacy che l’Autorità dovrebbe garantire.

Angelo Fanizza, segretario generale dell’Ufficio del Garante, si è dimesso. I commissari no. Il fatto è avvenuto – dicono – a loro insaputa. E come è vero che non possono essere un programma televisivo o il Governo a far dimettere i vertici di un’Autorità indipendente, così non può esserlo un singolo episodio. L’unica ragione che potrebbe condurre i quattro commissari a lasciare il loro incarico risiede in due parole: dignità e decoro. Due virtù che non figurano tra i requisiti formali per diventare vertici istituzionali, e che troppo spesso non vengono neppure considerate tra quelli sostanziali.

Il vero problema: la cultura della privacy

L’episodio, in fondo, si racconta da solo. Ma il problema non è più il funzionamento del Garante. Il nodo è la credibilità dell’intero sistema di tutela dei dati personali in Italia.
Quando l’istituzione che deve garantire la riservatezza finisce per violarla, si apre un problema culturale prima ancora che istituzionale. Il punto è semplice: la cultura della privacy è debole, intermittente, usata spesso come strumento polemico e troppo raramente come diritto fondamentale della persona. E quando manca la cultura, le regole non bastano. Anche se sono perfette sulla carta e l’armata Brancaleone viene delegata al controllo del loro rispetto.

Enzo Ghionni

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