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LA MAGGIORANZA ASSOLUTA (E IMPOTENTE) DEL PARLAMENTO È A FAVORE DEI GIORNALI

Il governo, ancora una volta, porta avanti la sua battaglia a colpi di fiducia e, ancora una volta, siamo a chiederci, a cosa serva il Parlamento in un Pese (democratico ?), quando viene privato del potere legislativo. E la domanda è ancora più legittima se si parla di temi così importanti da essere garantiti dalla Carta costituzionale: il pluralismo delle idee, la libertà di informazione, la libertà di espressione.
L’attacco al pluralismo, che mette in pericolo la sopravvivenza di 92 testate ha avuto inizio con il decreto estivo di Tremonti, in cui la volontà del parlamento è stata travolta da una raffica di voti di fiducia. Dopo che con la legge 99 del 23 luglio 2009, un voto d’aula del senato aveva definito per legge una tregua di due anni, per fare una seria riforma dell’editoria, è intervenuto un nuovo atto d’imperio del governo (il famigerato comma 62), presentato al termine dell’iter parlamentare della finanziaria, a cancellare anche retroattivamente la certezza dei contributi per i giornali, chiamando a un voto di fiducia sull’intero provvedimento. Lo stesso scenario si è riproposto al senato, nel voto finale sul «decreto milleproroghe».
Il troppo storpia: avranno pensato i centinaia di deputati di tutte le parti politiche (precisamente 345: 101 del Pdl, 199 del Pd, 31 dell’Udc, 11 del gruppo misto, 3 dell’Italia dei valori) che ieri hanno chiesto al governo di salvaguardare sino al 2012 il diritto soggettivo.

I parlamentari, ridotti all’impotenza dagli atti del governo, hanno voluto documentare che una questione così rilevante come il pluralismo dell’informazione può trovare tutele solo nelle leggi e nel parlamento. E che non si può lasciare all’esecutivo l’arbitrio di sottomettere direttamente giornali e periodici, decidendo ogni anno a sua scelta quanto dare e a chi dare. Ne va della credibilità, se ancora ne resta, della qualità della democrazia in questo nostro povero paese.
Per questo, l’appello chiamano in causa anche le più alte cariche dello Stato, che sui diritti costituzionali (come quello all’informazione) hanno un obbligo di tutela.

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