E’ bufera nella redazione de “Il Mattino”. Nei giorni scorsi l’editore Caltagirone ha presentato un “Piano di riorganizzazione in presenza di crisi” che prevede il prepensionamento di 25 redattori, il licenziamento di 5 contratti a termine e di cinque collaboratori fissi, la chiusura della redazione romana, la riduzione della foliazione, la chiusura degli uffici di corrispondenza di Milano, Catania, Messina, Reggio Calabria. In pratica la riduzione di tutto.
La redazione ha reagito, pubblicando un appello sia ai propri lettori e che su Facebook. Il gruppo “Salviamo il Mattino” nelle prime 48 ore ha raccolto migliaia di adesioni. Il comitato di redazione ha scelto di rivolgersi direttamente ai lettori spiegando: “E’ facile immaginare che ci sono vite e famiglie che vengono sconvolte. Ma non sono le questioni sindacali, contrattuali, personali che vogliamo raccontarvi. La crisi è giustificata non da un calo delle vendite (Il Mattino è e resta di gran lunga giornale leader in Campania) bensì da una forte contrazione nei primi mesi del 2009 delle entrate pubblicitarie”.
Un elemento comune a tutta l’editoria nazionale e internazionale. Ma le vie per uscirne percorse in queste ore sono tante e diverse. “Una crisi può essere l’occasione per avviare un concreto piano di rilancio e investimenti, per immaginare un prodotto più moderno e al passo con le nuove tecnologie – scrive il Cdr – Invece il progetto di nuovo Mattino non fa alcuno scatto in avanti. Anzi, contiene proposte che ne offuscano la sua funzione storica essenziale: quella di essere la principale e più autorevole voce del Mezzogiorno, in grado di incidere sulle scelte politiche ed economiche italiane”.
Della Questione se ne occuperà anche il Consiglio Regionale. Infatti è stato presentato un ordine del giorno a sostegno della vertenza sindacale dai rappresentanti dei gruppi di maggioranza e opposizione. Siamo solidali — si legge nell’ordine del giorno — con i giornalisti, con l’auspicio che la questione giunga a buon fine e si possa scongiurare ogni eventuale danno ai dipendenti».
Vincenza Petta
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