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La chiusura di Dnews allontana sempre di più i lettori dai giornali. Serve una riflessione

I soliti cori dei soliti sindacati accompagnano l’ennesima chiusura di un giornale. Questa volta è toccato a Dnews, il quotidiano free press diretto da Stefano Pacifici ed edito dal gruppo Farina, da sempre affascinato dal passaggio da tipografo ad editore. Qualche parola, forse, sul triste destino della stampa non a pagamento, spacciata dai soliti soloni di questo strano settore, come l’araba fenice, come la via di uscita dalla crisi. Il modello in Italia, almeno su scala nazionale, di fatto non ha funzionato. Prima il clamoroso fallimento di Epolis, l’unico giornale pensato dal primo editore, Nicola Grauso, con un reale progetto editoriale, ma naufragato nel mare magnum della finanza creativa che da sempre mal si sposa con l’editoria. E poi la chiusura di City, il free press di Rcs, ed i ridimensionamenti di Metro e Leggo. La free press come modello sposta il target dal lettore all’inserzionista, ti regalo il giornale, si, ma poi devi accettare di essere trattato come un telespettatore. Al tempo di Internet, della notizia gratuita, sembrava un sistema vincente; non lo è stato. Probabilmente la ragione è semplice, la lettura è e rimane un piacere, occorre dedicargli tempo, attenzione. Ed allora forse il problema non è il costo del prodotto, per quanto la crisi faccia sentire forte l’aria di tempesta, ma la qualità dei contenuti. I free press funzionano a livello locale, ma sono piccole, piccolissime iniziative, del tutto destrutturate, lontane anni luce dal mondo del contratto nazionale; e sono editi da giovani che stanchi dei soliti piagnistei dei tanti, troppi giornalisti disoccupati, figli delle ristrutturazioni, delle chiusure e sempre più spesso di costose quanto improduttive scuole di giornalismo, che nella vita hanno deciso di sentirsi precari. Ma non sono aziende editoriali, sono iniziative artigianali, in cui uno fa tutto, e mettendoci del suo cerca di farlo bene. Ma non è la riscossa della free press, è solo l’effetto dell’imbuto del sistema distributivo. Ma il vero problema rimane il lettore, che va rimesso al centro dell’attenzione.

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