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Il sottosegretario Barachini limita l’IA negli spot istituzionali: una scelta di civiltà digitale

L’intelligenza artificiale ha modificato profondamente il modo in cui vengono prodotti contenuti, immagini, video e perfino campagne di comunicazione. Pensare di arrestare questo processo sarebbe illusorio. Molto più utile è stabilire regole chiare che consentano di sfruttarne le potenzialità senza sacrificare trasparenza, affidabilità e tutela del lavoro umano.

È in questa prospettiva che va letta la circolare emanata dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria, su impulso del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Alberto Barachini.

Il provvedimento stabilisce che gli spot istituzionali trasmessi gratuitamente dalla Rai dovranno essere realizzati esclusivamente con attori, speaker e doppiatori umani. L’intelligenza artificiale potrà essere utilizzata soltanto in casi specifici, come la grafica, l’animazione, l’impiego di filmati di repertorio o nella fase di post-produzione di spot interpretati da persone reali. In tali ipotesi sarà comunque obbligatorio informare il pubblico mediante una dicitura – “Realizzato con contributo IA” – che dovrà rimanere visibile per almeno sette secondi.

Si tratta di una scelta che merita di essere sostenuta.

Non perché l’intelligenza artificiale rappresenti un pericolo in sé. Al contrario, è ormai uno strumento destinato a entrare stabilmente nei processi produttivi, anche nel mondo della comunicazione. Il punto è un altro: quando è lo Stato a rivolgersi ai cittadini, il rapporto di fiducia assume un valore particolare e richiede il massimo livello di trasparenza.

La comunicazione istituzionale non è pubblicità commerciale. Non promuove un prodotto né cerca di conquistare quote di mercato. Attraverso gli spot istituzionali lo Stato informa i cittadini su campagne sanitarie, sicurezza stradale, protezione civile, adempimenti fiscali, diritti, doveri e servizi pubblici.

La trasparenza non rallenta l’innovazione. Ne costituisce la condizione di credibilità.

La circolare si inserisce, del resto, nel solco tracciato dall’AI Act europeo, che individua proprio nella trasparenza uno dei principi fondamentali della disciplina dell’intelligenza artificiale. Non introduce un divieto ideologico né una diffidenza verso la tecnologia. Si limita ad applicare, in un settore particolarmente delicato come quello della comunicazione pubblica, un principio semplice: il cittadino ha diritto a sapere come è stato realizzato il messaggio che riceve.

Vi è poi un secondo profilo che non dovrebbe essere sottovalutato.

La scelta del Dipartimento tutela il lavoro di attori, doppiatori, speaker, interpreti e di tutte le professionalità coinvolte nella produzione audiovisiva. Non si tratta di difendere categorie o privilegi, ma di affermare un criterio di responsabilità nell’utilizzo delle risorse pubbliche. Se è lo Stato a commissionare una campagna di comunicazione, è giusto che il risparmio economico non diventi l’unico parametro di valutazione, soprattutto quando questo comporta la sostituzione del lavoro creativo umano con strumenti automatici.

In questo senso, la pubblica amministrazione è chiamata a svolgere un ruolo di esempio. Può utilizzare l’innovazione tecnologica, ma senza rinunciare ai principi di autenticità, responsabilità e valorizzazione delle competenze professionali.

Massimo Ghini, da tempo impegnato nella tutela degli interpreti ha definito l’iniziativa «un segnale importante di attenzione» e ha auspicato che quanto deciso dal Dipartimento possa trasformarsi in una disciplina valida per l’intera produzione audiovisiva italiana.

È un auspicio condivisibile.

La questione, infatti, non riguarda soltanto gli spot istituzionali. Sempre più spesso assistiamo alla diffusione di video, voci sintetiche e personaggi virtuali capaci di risultare indistinguibili da quelli reali. In un simile contesto, il diritto del pubblico a conoscere le modalità con cui vengono realizzati i contenuti diventa una garanzia fondamentale.

Lo stesso principio potrebbe trovare applicazione anche in altri settori, dal giornalismo alla comunicazione politica, dalla pubblicità alle piattaforme digitali. Barachini non chiede di  ostacolare l’innovazione, ma pretende trasparenza.

La vera sfida non consiste nel fermare l’intelligenza artificiale. Sarebbe impossibile, oltre che sbagliato. La sfida è costruire un equilibrio tra progresso tecnologico, tutela del lavoro creativo e diritto dei cittadini a un’informazione trasparente.

Da questo punto di vista, la circolare promossa da Alberto Barachini rappresenta un precedente importante. Per la prima volta viene affermato con chiarezza un principio destinato a diventare sempre più attuale: quando è lo Stato a parlare ai cittadini, autenticità, responsabilità e trasparenza devono prevalere sulla tentazione di affidare ogni scelta agli algoritmi.

Se questo approccio dovesse progressivamente estendersi anche ad altri ambiti della produzione audiovisiva, come auspica Massimo Ghini, l’Italia potrebbe diventare uno dei primi Paesi europei a costruire un modello equilibrato nel rapporto tra intelligenza artificiale, creatività e fiducia dei cittadini.

 

Articolo scritto con il supporto dell’intelligenza artificiale

Enzo Ghionni

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