Editoria

Il Fatto e i finanziamenti pubblici: quando il sottotitolo diventa la notizia

Negli ultimi giorni ha fatto discutere la notizia che, per certi versi, appare paradossale: il Fatto Quotidiano, il giornale diretto da Marco Travaglio, ha chiesto e ottenuto contributi pubblici. Nello specifico, la società editrice ha beneficiato dei contributi riconosciuti in ragione delle copie vendute nel 2023, per un importo pari a 752.050,80 euro. Nulla di irregolare, nulla di sorprendente sul piano giuridico. Si tratta di misure previste dalla normativa di settore, assegnate dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria a fronte di requisiti verificati. In altre parole: un diritto esercitato legittimamente. E tuttavia, la vera notizia non è questa.

La vera notizia sta in quella frase che campeggia sotto la testata del quotidiano: “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Una frase netta, assoluta, identitaria. Una dichiarazione che nel tempo è diventata parte integrante del posizionamento del giornale, una sorta di slogan che ha da sempre contrapposto il giornale di Travaglio agli altri. Il fatto non dipende dal sostegno pubblico e affida le sue sorti esclusivamente ai lettori e alla pubblicità.

Alla luce dei contributi appena riconosciuti, quella frase non regge più. Dovrebbe essere aggiornata, si potrebbe dire. Portata al passato: “non riceveva”. Ma il punto è che non basterebbe neppure questo. Perché, in realtà, non è mai stata corretta, anzi. Una semplice consultazione del Registro nazionale degli aiuti di Stato restituisce infatti un quadro diverso da quello raccontato nel sottotitolo. La società editrice del Fatto Quotidiano ha nel tempo beneficiato di diverse forme di sostegno pubblico, per un ammontare complessivo che supera i sei milioni di euro. Per consultare il registro occorre andare nella sezione trasparenza, aiuti individuali ed inserire la partita iva della società editrice che si trova nel fouter del sito.

Il Fatto, quindi, ha sempre richiesto i contributi pubblici a cui aveva diritto che, sulla base della legge, gli sono stati riconosciuti. Come a tutti gli altri giornali. Non ha mai fatto richiesta di accesso a quelli previsti dal decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 a favore delle cooperative giornalistiche e dell’editoria no-profit per due ragioni: non è una cooperativa giornalistica e non è una società no-profit, anche perché nel corso degli anni la società ha distribuito fior fiore di dividendi ai soci.

La storica battaglia del giornale di Travaglio contro il sostegno pubblico all’informazione è sicuramente legittima e rientra nell’ambito del dibattito politico. E nulla vieta alla società editrice di chiedere, comunque, l’accesso ai benefici previsti dalla legge, pur non condividendone lo spirito. Si tratta di una scelta, forse poco coerente, ma di una scelta.

Cosa diversa è continuare a scrivere “non riceve alcun finanziamento pubblico”, perché è la negazione di una realtà.

La trasparenza è sempre stato uno dei valori fondanti de Il Fatto quotidiano. E allora quella frase che è diventata parte dell’identità della testata diventa una presa per i fondelli del lettore.

Per questo, più che il contributo in sé, a fare notizia è oggi quel sottotitolo.

Perché non è più solo uno slogan. È diventato, nei fatti, il punto più debole della narrazione di un giornale che attaccando gli altri giornali ha sempre reclamato una verginità che riserveremmo ai nati nel mese di settembre.

Enzo Ghionni

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