Il fallimento di Utet grandi opere testimonia l’assenza di una politica culturale

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Quante parole dedicate durante la pandemia alle difficoltà del mondo della cultura. Come se la crisi del modello dell’industria culturale fosse sorta con il virus, come se prima del CoVid19 le librerie, i teatri, le mostre e i cinema fossero sempre pieni, affollati. Il fallimento della Utet grandi opere dichiarata dal Tribunale di Torino è notizia di pochi giorni fa. E il crollo dei ricavi non è certamente imputabile al virus, ma alla scarsa attenzione dedicata da anni a pezzi importanti della storia di questo Paese.

La ristrutturazione della antica casa editrice era stata avviata alla fine del secolo scorso e realizzata con la cessione al gruppo De Agostini del marchio Utet libri. Ma in venti anni cosa è stata fatto per salvaguardare una casa editrice con oltre due secoli di storia? L’unico che aveva le idee chiare e che dichiarò che il nulla era un dovere fu il Ministro Tremonti che sostenne che con la Divina Commedia non si mangia. Almeno lui disse quello che pensava. I suoi predecessori e i suoi successori, invece, hanno sempre ritenuto più conveniente non fare nulla, o peggio rilasciare qualche sterile dichiarazione sulla necessità di sostenere la cultura. Dichiarazioni cui fanno spesso seguito lamentose dichiarazioni sullo stato della cultura in Italia.

L’Utet, nata due anni dopo la rivoluzione francese, era sopravvissuta alla restaurazione, ai moti rivoluzionari, all’Unità d’Italia, e a due guerre mondiali. Nulla ha potuto contro il gigionare del nulla.

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