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IL «CORRIERE»: I CONTRIBUTI ALL’EDITORIA? SONO FAVOLE

Due anni fa, in occasione
dell’aumento di 20
centesimi del prezzo di
vendita del Corriere,
scrivemmo che sarebbe stato
opportuno rinunciare del
tutto ai contributi pubblici,
peraltro ridotti ormai ai
minimi termini. Da allora le
sovvenzioni si sono
ulteriormente ridotte,
pressoché azzerandosi: le
agevolazioni postali sono di
fatto inesistenti e il sussidio
per l’estero, che nel 2010
valeva per il Corriere 963
mila euro, è stato eliminato.
Come tutti i giornali, nessuno
escluso, abbiamo beneficiato
nel 2011 solo di agevolazioni
sulle tariffe telefoniche e di
un credito d’imposta a valere
sugli acquisti di carta. Totale:
2.839.00o euro, cifra che
rappresenta il 4,4 per mille
del fatturato della Rcs
quotidiani (Corriere della
Sera e Gazzetta dello Sport),
pari a 634 milioni. Niente a
che vedere con i soldi
destinati a giornali di partito
e cooperative, che oltre ai
contributi di cui sopra hanno
incassato i cospicui fondi
della legge 250/90: senza i
quali avrebbero dovuto
chiudere.
Il capitolo delle
tariffe agevolate postali,
anche queste valide per tutti,
merita un discorso a parte.
Da due anni non esistono
sostanzialmente più. Nel
2010 spedire una copia del
Corriere costava 24
centesimi, contro i 57 della
tariffa piena. Oggi il prezzo è
salito a 41 centesimi, con un
aumento del 70,8%. E non c’è
libertà di scelta: il servizio è
tuttora sostanzialmente in
monopolio gestito da Poste
italiane. Se fosse liberalizzato,
come chiediamo da tempo, il
costo sarebbe inferiore. Senza
considerare la qualità.
La
distribuzione, limitata a sei
giorni su sette, domenica
esclusa, oggi è affidata il
sabato in subappalto a terzi:
con il risultato che i nostri
giornali, se arrivano a
destinazione, arrivano con
fortissimo ritardo. Anche per
questo l’abbonamento al
giornale di carta non ha più
alcuna convenienza. È ormai
una specie in via di
estinzione: i lettori
preferiscono, com’è intuibile,
l’abbonamento online o
quello in edicola.
La storia
secondo cui anche il Corriere
(come gli altri giornali
indipendenti) incasserebbe
una montagna di contributi
pubblici, che i politici di
turno continuano a
raccontare ogni volta che si
parla pubblicamente, magari
in trasmissioni tv, dei costi
eccessivi dei partiti e della
politica, non sta dunque in
piedi. Se ne facciano una
ragione: discutiamo di cose
serie, non di favole.

Sergio Rizzo (Il Corriere della Sera)

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