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Groupon rimane a secco. Fine degli sconti online?

Qualcosa nella macchina dei coupon sembra essersi rotto. Nel novembre del 2011, ovvero quando Groupon ha messo piede sui listini del Nasdaq, l’azienda era stata valutata 16 miliardi di dollari. Oggi ne vale 2,7. Logico che alla fine sia arrivato il conto da pagare. Finché non verrà trovato un sostituto all’altezza saranno Eric Lefkosky, presidente esecutivo di Groupon, e il suo vice Ted Leonisis, a tenere la barra del timone. Così a molti è sorto il dubbio negli ultimi tempi che l’azienda dei coupon non sia in grado di farsi valere in 48 Paesi contemporaneamente. Ma a dirla tutta ad essere finito sotto la lente d’ingrandimento è tutto il business model di Groupon. Secondo una analista della società di ricerca Forrester, Mason avrebbe puntato sul target sbagliato focalizzando la propria attenzione sui consumatori a caccia di uno sconto, anziché concentrarsi sui commercianti. A proposito: tra questi ultimi sono in tanti ad essersi lamentati dicendo che per poco non finivano sul lastrico per via degli scontatissimi coupon. I primi che potrebbero pagare il conto di alcune scelte strategiche sbagliate (in primis la quotazione in Borsa) e della reputazione in ribasso dei servizi offerti (dal ristorante al dentista, dall’estetista alle terme) sono proprio gli oltre 300 dipendenti del quartier generale milanese.
“Groupon minaccia di licenziare coloro che non sono performanti – dice Marisa Moi (Filcams Cgil) – Cerca di individuare candidature spintanee per risoluzioni consensuali e addirittura affermache ‘se non ci si rimette in linea, si può anche chiudere in Italia’ e portare tutto all’estero, dove il costo del lavoro è inferiore”. Per il sindacato “la crescita passa attraverso la valorizzazione delle risorse umane, non con le minacce e la chiusura all’ascolto”.

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