Il primo editore italiano non scrive una notizia: è Google

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l più grande editore italiano è Google. Sì, Google, che non ha un solo giornalista, una sola redazione, non un corrispondente, non un grafico, non un fotografo. Ha il 12,4 per cento del mercato. Al secondo posto la Rai e al terzo posto Meta. Sky è al quarto posto e Fininvest al quinto. Per quanto concerne gli editori tradizionali, che poi tradizionali non sono più per gli enormi investimenti fatti nel digitale, Cairo Communication è all’ottavo posto con il 3 per cento del mercato e Gedi al decimo posto con l’1,8 per cento.

Il dato emerge dall’analisi del SIC relativa al 2024, pubblicata dall’Agcom il 21 ottobre 2026: il famoso sistema integrato delle comunicazioni, introdotto oltre vent’anni fa e contestato perché, ampliando il perimetro del mercato di riferimento, consentiva a Fininvest di rientrare nei limiti di concentrazione. Un sistema che oggi fotografa il sorpasso delle piattaforme, ma la cui misurazione delle quote non basta a frenare le dinamiche che consentono sempre più alle piattaforme di dettare legge all’intero sistema.

Includendo Amazon, Google e Meta raccolgono complessivamente il 27 per cento delle risorse del SIC: oltre un quarto del mercato nelle mani di tre multinazionali. Una quota che comprende attività diverse, ma restituisce la dimensione del loro potere economico. Nell’informazione, questo potere si esercita anche attraverso la distribuzione e la valorizzazione dei contenuti prodotti dagli altri. Gli editori, invece, hanno sempre più difficoltà a produrre contenuti, a pagare gli stipendi ai giornalisti, ad informare, a lanciare inchieste. Anche perché il traffico e la visibilità delle loro testate dipendono in misura rilevante dalle scelte delle piattaforme che, quindi, oltre ad essere concorrenti diretti nella raccolta pubblicitaria, hanno il potere di condizionare i risultati economici degli editori.

Una situazione che richiede un riequilibrio immediato con strumenti regolamentari forti e incisivi. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni deve interrogarsi sull’adeguatezza delle risposte date a una trasformazione che aveva cominciato a studiare almeno dieci anni fa. Già nel 2016 aveva avviato un’indagine sull’impatto delle piattaforme sul sistema dell’informazione e sui rischi per il pluralismo. Quei rischi, dunque, erano stati individuati. Ma alla loro individuazione non è seguita una risposta capace di impedire lo squilibrio che oggi emerge dai dati.

Il punto è anche questo: i poteri di cui dispone l’Autorità, compresi quelli sull’equo compenso, non bastano da soli a riequilibrare i rapporti di forza. Serve un intervento politico e legislativo che affronti il problema nella sua dimensione nazionale ed europea.

E mai come oggi questo argomento dovrebbe diventare materia di discussione politica. In vista delle prossime elezioni, i partiti hanno il dovere di chiarire quali politiche intendano adottare per garantire il pluralismo in un sistema che corre diritto verso una nuova dittatura delle piattaforme.

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