La fine dell’Unità e il tramonto dei giornali di partito

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L’editore Alfredo Romeo ha annunciato qualche giorno fa la chiusura de l’Unità, testata storica del Partito Comunista Italiano fondata da Antonio Gramsci.

Ma con l’Unità non rischia di scomparire soltanto un quotidiano. Si chiude un altro capitolo della lunga storia dei giornali di partito, strumenti attraverso i quali le forze politiche costruivano identità, elaboravano cultura e formavano la propria classe dirigente.

Nello scarno comunicato stampa l’editore comunica che la sospensione delle pubblicazioni del quotidiano diretto da Piero Sansonetti deriva dal mancato accordo con il Partito Democratico per l’acquisizione del giornale.

In altri termini, Romeo ha ritenuto inutile proseguire la pubblicazione di un giornale che per definizione dovrebbe interessare ad un partito politico. Inoltre, l’Unità, come praticamente tutti i quotidiani italiani, registra da anni grosse perdite.

Oramai la chiusura di un quotidiano non è più una notizia, come, in realtà, non fu nemmeno una notizia la ripresa delle pubblicazioni ad opera dell’imprenditore napoletano.

Ma il vero punto è quello del rapporto tra i partiti politici e l’informazione. Una volta quasi tutti i partiti politici consideravano il giornale di riferimento parte integrante delle attività politiche e istituzionali. I vertici del partito provenivano dagli organi d’informazione e governavano in maniera diretta il proprio giornale. La gestione politica chiaramente influenzava il conto economico delle imprese editoriali e con gli anni i partiti sono stati chiamati a ripianare i disavanzi.

Con l’avvento di internet e della progressiva personalizzazione della politica, accompagnata dalla stagione della disintermediazione, i nuovi leader di partito hanno ritenuto che i social network potessero essere più performanti sotto il profilo della comunicazione e hanno sostanzialmente abbandonato gli amministratori dei giornali con i loro debiti.

Il paradosso è che i partiti non hanno mai smesso di investire nella comunicazione: hanno semplicemente smesso di investire nell’informazione. E la differenza è enorme. La comunicazione serve a convincere, l’informazione serve anche a mettere in discussione, a costruire dibattito, a selezionare una classe dirigente. Matteo Salvini – che ha iniziato la sua attività politica nella redazione della Padania – non ha esitato a decretarne la chiusura; per poche centinaia di euro lasciando andare l’archivio storico di una testata che aveva scritto la storia della Lega.

Paradossalmente proprio chi era cresciuto professionalmente all’interno di un giornale di partito è stato tra i primi a decretarne l’inutilità politica. L’altro Matteo, Renzi, nella versione rottamatore ha guidato una stagione politica che non ha più ritenuto strategico sostenere economicamente l’Unità, un giornale che aveva resistito al ventennio, alla crisi della sinistra, al terrorismo e alle numerose crisi economiche. Ma non al populismo e alla convinzione che la comunicazione digitale potesse sostituire definitivamente il ruolo del giornale di partito.

Nel frattempo il Partito Socialista aveva messo l’Avanti! nelle mani di un imprenditore privato, Valter Lavitola, tornato recentemente agli echi della cronaca. La Voce Repubblicana, L’Umanità, Rinascita, Liberazione sono testate che rincorrono i contenziosi tra ex segretari che, terminati i partiti, cercano nella sopravvivenza di quelle ombre di giornali un’ancora alla quale riaffiorare.

I giornali di partito, comunque, garantivano confronto, dibattito, costituivano il luogo nel quale si elaboravano programmi, si formavano dirigenti e convivevano sensibilità diverse della stessa cultura politica. Non erano soltanto strumenti di propaganda, ma laboratori permanenti di elaborazione politica e culturale. Erano pulpiti dai quali parlare e garantivano pluralismo.

La domanda, allora, non è quanto costi mantenere un giornale di partito, ma quanto costi alla democrazia rinunciare a luoghi stabili di confronto, di approfondimento e di elaborazione politica. In un sistema bipolare come quello che si è formato in nome della governabilità, i partiti sembrano orpelli per disegnare accordi e dividere potere all’interno dei due poli. E una testata come l’Unità un residuo del passato. Ma proprio il Partito Democratico dovrebbe fare una riflessione pubblica, non sul giornale che fu l’orgoglio di una sua componente fondamentale, quanto sul significato politico della sua scomparsa e sulla funzione che un quotidiano può ancora svolgere nella costruzione di una cultura politica.

E quando anche i giornali diventano semplici marchi da comprare o da vendere, della loro storia rimane poco più del nome stampato sul manifesto della Festa dell’Unità per feste che sembrano sempre più sagre di paese. Perché alla fine tutto sta andando a pizze e fichi.

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