Fine (ingloriosa) di Di Maio, il politico che si faceva le domande da sé

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Dalle (cinque) stelle alle stalle, da qualche giorno Luigi Di Maio appartiene al passato della politica italiana e campana. Uno schianto così non si ricordava in tutta la lunga, travagliatissima storia elettorale del nostro disgraziato Paese. Giggino ha fatto  quella che, nella sua terra, si dice la fine delle “botte a muro”. Cioé una rapida esplosione, magari fragorosa come il consenso che specialmente in Campania il M5s ebbe nel 2018, che, nonostante tanto Impegno Civico strombazzato a destra e a manca, lascia dietro di sé il nulla di uno striminzitissimo risultato elettorale peggiore, persino, di quello raccolto da Sara Cunial, la simpatica svalvolata (portata in Parlamento dal M5s) che si presentò nell’aula con aglio e paletto anti-vampiri.

Di lui, Di Maio, rimarrà solo quella foto sognante in pizzeria. In cui è ritratto sognante, come la Baby di Dirty Dancing, mentre è sollevato in aria da un gruppo di nerboruti camerieri e pizzaioli. “Nessuno può mettere Giggino in un angolo”. Eppure, nonostante Dirty Dancing sia, letteralmente, un caposaldo dell’immaginario contemporaneo, specialmente femminile, proprio contro una donna s’è andato a schiantare. Una donna, Maria Bertone, che dirige un giornale, Cronache di Napoli e Caserta, e che – restando nella metafora cinematografica – avrà anche amato Patrick Swayze ma, di sicuro, ha fatto legge dell’immortale battuta di Humphrey Bogart in “Deadline”: “E’ la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente”.

Di quello che è successo in campagna elettorale ne hanno parlato tutti, persino Dagospia. Maria Bertone lo ha denunciato pubblicamente. Giggino Di Maio, o meglio il suo entourage, ha chiesto di poter essere ospitato sul suo quotidiano e, non soddisfatto delle domande (pretese per iscritto) avrebbe voluto dribblare quelle proposte per farsene delle altre, da solo. Una marzullata, ha scritto Bertone. Roba da Agenzia Stefani, ci permettiamo di aggiungere noialtri.

A queste incredibili condizioni, Cronache ha deciso di soprassedere: un’intervista è una cosa, un redazione ne è un’altra. Spesso sono le piccole cose a spiegare le grandi. In questo episodio c’è tutta la concezione che il mondo nato e cresciuto all’ombra delle pasquinate di Beppe Grillo ha della libertà, in particolare quella di stampa. Ecco perché odiano i giornali liberi, ecco perché amano la disintermediazione e sognano un mondo senza testate che pongano domande. Perché la libertà va bene a patto che sia quella di pubblicare ciò che l’autorità decide sia pubblicabile.

I politici, come Di Maio, vorrebbero porsi come degli affascinanti Swayze capaci di tutto: tanto di ballare quanto di abolire la povertà. Ma, per fortuna, c’è ancora chi, come Bertone, ha il coraggio di ricordare all’ex ministro degli Esteri che la stampa “è la stampa e tu non puoi farci niente”.

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