Equo compenso, la legge non si tratta. Il compenso sì

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Dopo la Corte di giustizia Ue, il Tar Lazio respinge il ricorso di Meta contro il regolamento Agcom. Le piattaforme non hanno più alibi. Ma imporre la legge non basta: la soluzione resta il tavolo guidato dall’Agcom, con la buona fede di tutti.

La partita sulle regole è chiusa. Con la sentenza n. 15868 pubblicata il 10 ottobre 2026, la Quarta Sezione del Tar Lazio ha respinto nel merito il ricorso con cui Meta contestava il regolamento Agcom sull’equo compenso agli editori per l’uso online dei loro articoli. Nel giudizio si erano costituiti, a fianco dell’Autorità, la Fieg e la Siae.
Il verdetto è netto. Gli obblighi imposti alle piattaforme (avviare trattative, fornire i dati necessari a calcolare il compenso, non ridurre la visibilità dei contenuti durante il negoziato) non sono un’invasione della libertà d’impresa. Sono, scrivono i giudici, strumenti necessari e proporzionati per rendere effettivo il diritto che l’Europa ha riconosciuto agli editori.

Quasi quattro anni perduti
Il Tar ripara così al danno che esso stesso aveva avviato. Nel dicembre 2023 lo stesso tribunale aveva sospeso il regolamento e rinviato la questione a Lussemburgo. Il Consiglio di Stato aveva rimesso le cose in ordine pochi mesi dopo, ma l’incertezza era ormai seminata.
Il 12 maggio scorso la Grande Sezione della Corte di giustizia ha confermato la piena compatibilità del modello italiano con il diritto europeo. Il Tar ne trae ora le conseguenze. Non c’è alcuna fissazione autoritativa del prezzo: la cifra indicata dall’Agcom non vincola le parti, che possono sempre rivolgersi al giudice. Non c’è nemmeno un arbitrato obbligatorio. E non c’è motivo di attendere altre pronunce europee, come Meta aveva chiesto.
Dal varo del regolamento, nel gennaio 2023, sono trascorsi quasi quattro anni. In questo tempo i giornali hanno perso copie, lettori e ricavi. Le piattaforme hanno continuato a usarne i contenuti.

Il dialogo rifiutato
La legge italiana aveva scelto una strada saggia. Non un prezzo imposto dall’alto, ma una trattativa tra le parti, con l’Agcom a guidarla e a intervenire solo in caso di stallo. È la coregolazione: lo strumento più adatto per fenomeni che non hanno confini. Come insegna Natalino Irti, davanti alla rete la sovranità della legge statale, legata al territorio, stenta a funzionare.
Le piattaforme hanno però vanificato quel tentativo virtuoso. Anche oggi, dopo risposte chiare da parte di tutti i giudici, rifiutano il dialogo e contestano ogni proposta ragionevole. Al posto di un compenso equo offrono somme irrisorie, poche centinaia di euro l’anno. A pagarne il prezzo più alto sono i giornali locali, i primi a rischiare di scomparire.
C’è poi un aspetto ancora più grave. Trattative più dignitose sarebbero state condotte, in via eccezionale, solo con singole testate ritenute capaci di orientare l’opinione pubblica. Il sospetto è che l’offerta più generosa servisse anche a tenerle lontane da una questione che riguarda tutto il sistema dell’informazione.

Il nuovo fronte: il tribunale delle imprese
Chiusa una porta, le piattaforme ne hanno aperta un’altra. Il conflitto si è spostato davanti al tribunale delle imprese, dove la cifra fissata dall’Agcom può essere contestata. L’obiettivo è sottrarsi all’equo compenso: se non negandone l’esistenza, almeno svuotandone la misura.
Ora la palla passa al giudice ordinario. C’è da augurarsi che segua la linea tracciata da quello amministrativo e dalla Corte di giustizia, e che non consenta di aggirare ancora una volta la legge vigente.

La legge e il tavolo
È tempo di imporre alle piattaforme il rispetto della legge. Ma vincere in tribunale non basta, e lo scontro permanente non conviene a nessuno: né agli editori, né al pubblico, né alle stesse piattaforme, che dai contenuti giornalistici traggono valore.
La soluzione migliore resta quella indicata dalla legge stessa. L’Agcom guidi il tavolo delle trattative. Tutti i protagonisti del settore vi siedano con lealtà e buona fede. In gioco non c’è soltanto il bilancio di qualche editore, ma il pluralismo dell’informazione, e con esso la qualità della nostra democrazia.

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