Il Tar del Lazio con la sentenza che alleghiamo ha respinto il ricorso di Meta contro il regolamento Agcom sull’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche. Dopo la pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea del 12 maggio scorso, arriva un’altra conferma della legittimità della disciplina italiana. Gli editori hanno diritto a essere remunerati quando le piattaforme utilizzano i loro contenuti alle condizioni previste dalla legge. Ora questo diritto deve tradursi in accordi e pagamenti concreti.
La vicenda mette in evidenza due problemi. Il primo è la resistenza delle grandi piattaforme all’applicazione di una legge dello Stato. Il regolamento Agcom risale al gennaio 2023 e dà attuazione alla disciplina italiana di recepimento della direttiva europea sul diritto d’autore. Quasi quattro anni dopo siamo ancora a discutere della sua legittimità, anziché della sua effettiva attuazione. Nel frattempo, gli editori continuano a sostenere i costi delle redazioni e della realizzazione dei contenuti mentre le piattaforme intercettano risorse pubblicitarie anche grazie alla circolazione di informazioni che non hanno prodotto. Un modello che assume caratteri predatori quando al valore dei contenuti utilizzati non corrisponde una remunerazione per chi li realizza.
Ricorrere ai giudici è un diritto. Ma una battaglia giudiziaria che continua a rinviare l’applicazione della disciplina finisce per assumere i contorni di una vera e propria melina, con l’effetto di mettere gli editori con le spalle al muro. Soprattutto se ad avere questo atteggiamento sono colossi mondiali che con le loro piattaforme tecnologiche possono orientare l’opinione pubblica e condizionare la visibilità dei contenuti secondo logiche di convenienza economica.
Il secondo problema riguarda la reazione della Fnsi. La segretaria generale Alessandra Costante ha definito la decisione «un passo decisivo per l’informazione», ma ha subito concentrato il suo intervento sulla quota da riconoscere ai giornalisti e sui compensi insufficienti dei collaboratori, accusando la Fieg di avere una visione parziale dell’equo compenso.
Sono rivendicazioni legittime. È però discutibile la scelta del momento e della prospettiva. La sentenza rafforza un diritto degli editori, la cui attuazione economica deve ancora concretizzarsi. Perché quelle risorse possano essere distribuite, occorre anzitutto riuscire a ottenerle dalle piattaforme.
Dalla Fnsi sarebbe stato utile un riconoscimento esplicito del valore di questa battaglia anche per la sostenibilità delle imprese editoriali. Perché la capacità di finanziare le redazioni riguarda direttamente chi ci lavora.
Le rivendicazioni sindacali, pur sicuramente legittime, diventano poco opportune se indeboliscono la posizione delle imprese che garantiscono il lavoro giornalistico. La legge prevede che gli editori riconoscano agli autori degli articoli giornalistici una quota compresa tra il 2 e il 5 per cento dell’equo compenso. È un obbligo che va rispettato. Ma se le piattaforme non pagano il compenso dovuto agli editori per l’utilizzo dei contenuti, non ci saranno neppure le relative somme da ripartire con i giornalisti. Indebolire il comparto per uno slogan significa dare ulteriore forza alle piattaforme.







