Edicole, la crisi non si ferma: dai Comuni arrivano nuovi aiuti per salvare una rete che rischia di scomparire

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La decisione di Cesenatico di mettere nuovamente a disposizione un contributo economico per le edicole potrebbe sembrare una piccola iniziativa locale, ma racconta in realtà un problema molto più grande che riguarda l’intero sistema italiano della distribuzione della stampa. Il Comune ha pubblicato un nuovo bando destinato alle imprese che gestiscono edicole con attività prevalente nella vendita di giornali, riviste e prodotti affini, prevedendo contributi a fondo perduto compresi tra 500 e 3.000 euro. Le domande potranno essere presentate fino al 30 settembre 2026 e l’amministrazione motiva l’intervento riconoscendo alle edicole non soltanto una funzione commerciale ma anche un ruolo sociale, culturale e di aggregazione.

È proprio quest’ultimo aspetto a rendere interessante la scelta perché interventi di questo genere stanno diventando sempre meno semplici misure di sostegno a una categoria commerciale e sempre più tentativi di impedire che interi territori perdano definitivamente i punti fisici di accesso alla stampa. La crisi delle edicole italiane ha infatti raggiunto dimensioni che non permettono più di considerarla una normale trasformazione del commercio. Dietro le serrande abbassate c’è un cambiamento strutturale del mercato dell’informazione che coinvolge editori, distributori, giornalai e lettori e che rischia di diventare irreversibile.

I numeri restituiscono con particolare chiarezza la dimensione del fenomeno. Il rapporto Le Edicole del futuro – Il Futuro delle edicole, promosso da Stampa Romana e DataMediaHub, fotografa un Paese nel quale su 7.896 Comuni ben 4.974 risultavano senza edicola nell’ottobre 2025. Significa circa il 63 per cento del totale e quindi quasi due Comuni italiani su tre nei quali non esiste più un punto vendita di giornali.

La contrazione della rete è impressionante anche osservandola nel tempo. Secondo i dati richiamati dal rapporto, in circa vent’anni i punti vendita che commercializzano prodotti editoriali sono passati da circa 35 mila a 20 mila, con una riduzione del 42,8 per cento. Ancora più pesante è stata la caduta del giro d’affari, passato dai 4,53 miliardi di euro del 2005 a circa 1,11 miliardi alla fine del 2024.

Il problema però non può essere spiegato semplicemente dicendo che gli italiani hanno smesso di leggere. È cambiato soprattutto il modo nel quale consumiamo informazione. Per decenni il quotidiano cartaceo rappresentava uno degli appuntamenti fondamentali della giornata e l’edicola era il luogo naturale attraverso il quale quel prodotto raggiungeva il lettore. Oggi una quantità enorme di informazioni arriva gratuitamente sul telefono già dalle prime ore del mattino attraverso siti, social network, notifiche, newsletter, aggregatori, motori di ricerca e applicazioni. Il giornale di carta deve quindi competere non soltanto con altri giornali ma con un flusso praticamente continuo di contenuti disponibili in qualsiasi momento.

La conseguenza sulle vendite è inevitabile. L’ultimo Osservatorio sulle comunicazioni dell’Agcom mostra che nel 2025 sono state vendute complessivamente circa 430 milioni di copie di quotidiani, equivalenti a circa 1,6 milioni di copie medie giornaliere considerando carta e digitale. In appena un anno la contrazione è stata dell’8,1 per cento mentre rispetto al 2021 la diminuzione raggiunge il 30,6 per cento. Limitandosi alla carta, le copie vendute nel 2025 sono state 363 milioni e la flessione rispetto all’anno precedente è arrivata al 9,1 per cento. Ancora più significativo per comprendere la situazione dei territori è il dato relativo ai quotidiani prevalentemente locali, che nel confronto annuale hanno registrato una diminuzione delle vendite complessive del 9 per cento contro il 7,4 per cento delle testate prevalentemente nazionali.

Edicole e giornali si trovano così all’interno dello stesso circolo vizioso. Si vendono meno copie e quindi diminuiscono i ricavi delle rivendite, alcune edicole non riescono più a raggiungere una redditività sufficiente e chiudono, ma quando scompare un punto vendita diventa a sua volta più difficile acquistare il giornale e questo può contribuire a una nuova riduzione delle copie. La crisi della carta indebolisce la rete distributiva e l’indebolimento della rete distributiva rende ancora più difficile vendere la carta.

È questo il punto sul quale la questione delle edicole smette di riguardare soltanto i giornalai.

Se in un Comune non esiste più un punto vendita, un cittadino che vuole acquistare un quotidiano deve spostarsi altrove. Per un lettore giovane che dispone di alternative digitali può sembrare un problema marginale, ma per una parte della popolazione la carta continua a rappresentare una modalità importante di accesso alle notizie. E soprattutto la scomparsa dell’edicola riduce la presenza fisica dell’informazione nei territori.

Un giornale esposto ogni mattina è anche qualcosa che viene visto da chi non lo compra. Le prime pagine affiancate mostrano notizie e punti di vista differenti e rendono visibile l’esistenza stessa di una pluralità editoriale. In un ecosistema digitale dominato sempre più da algoritmi che selezionano individualmente ciò che ciascuno vede, questa funzione può apparire quasi antica ma non per questo è diventata priva di valore.

È anche per questa ragione che nel luglio 2026 la Federazione Italiana Editori Giornali e i sindacati degli edicolanti hanno chiesto alle Regioni un maggiore impegno. La FIEG ha definito la rete delle edicole una vera e propria infrastruttura democratica, sostenendo che la sua progressiva riduzione riguarda non soltanto l’economia del settore ma il pluralismo dell’informazione e la coesione territoriale.

Il problema economico rimane però durissimo. L’edicola tradizionale viveva soprattutto sulla quantità di prodotti editoriali venduti e su un mercato molto più ampio dell’attuale. Quando quel volume si riduce drasticamente, il modello diventa sempre più difficile da sostenere soprattutto considerando gli orari di lavoro, i costi dell’attività e i margini riconosciuti sulla vendita dei prodotti editoriali. È anche per questo che il settore soffre un fortissimo problema di ricambio generazionale. Quando un titolare arriva alla pensione non è affatto scontato trovare qualcuno disposto a rilevare un’attività che richiede un impegno considerevole e offre prospettive economiche molto meno attraenti rispetto al passato.

La crisi rischia così di accelerare per una ragione anagrafica oltre che economica. Un’edicola può continuare a esistere finché chi l’ha gestita per decenni decide di resistere, ma quando quella persona smette di lavorare il punto vendita può scomparire definitivamente. E riaprire un’edicola dopo che è stata chiusa è molto più difficile che evitare la sua chiusura.

In questo scenario acquistano significato iniziative come quella di Cesenatico. Il contributo previsto dal Comune non è sufficiente naturalmente a risolvere la crisi nazionale della distribuzione della stampa e nemmeno pretende di esserlo. È però interessante la logica utilizzata dall’amministrazione, che considera l’edicola un esercizio di vicinato con una funzione che va oltre la vendita del prodotto. Ai beneficiari viene infatti chiesto anche di collaborare nel 2027 alla distribuzione alla cittadinanza di kit anti-zanzare.

Può sembrare un dettaglio, ma in realtà suggerisce una delle possibili direzioni per il futuro del settore: trasformare l’edicola in un punto di servizio territoriale senza farle perdere la propria identità editoriale.

La sopravvivenza difficilmente potrà infatti dipendere soltanto dai quotidiani e dai periodici. Una parte delle edicole ha già iniziato da tempo ad ampliare le attività offrendo servizi di pagamento, biglietteria, ricariche, ritiro e consegna dei pacchi, servizi digitali, prodotti per il territorio e altre funzioni di prossimità. La direzione potrebbe essere quella di trasformare il chiosco tradizionale in un piccolo hub di quartiere o di paese nel quale la vendita della stampa rimane centrale ma viene sostenuta economicamente da altre attività.

Questo modello ha anche un vantaggio per gli editori. Se l’edicola riesce a sopravvivere grazie alla diversificazione continua a esistere anche il punto nel quale giornali e riviste possono essere venduti. Sostenere l’evoluzione delle edicole significa quindi sostenere indirettamente l’intera filiera editoriale.

Il Governo ha già riconosciuto la gravità del problema. Per il 2025 erano stati previsti circa 17 milioni di euro per misure rivolte alla filiera, con oltre 10 milioni destinati direttamente al sostegno delle edicole e ulteriori interventi rivolti alla distribuzione nei Comuni con meno di cinquemila abitanti, dove portare quotidianamente i giornali rischia di non essere più economicamente sostenibile. Nel gennaio 2026 il sottosegretario all’Informazione e all’Editoria Alberto Barachini ha inoltre annunciato l’intenzione di proseguire con misure mirate anche nel corso di quest’anno.

Il nodo della distribuzione è fondamentale perché un’edicola non può vendere ciò che non riesce a ricevere e distribuire poche copie in territori scarsamente popolati può costare più di quanto quelle copie producano economicamente. Quando diminuiscono contemporaneamente i giornali venduti e i punti vendita, mantenere una rete capillare diventa sempre più costoso. Si rischia quindi di arrivare a una soglia oltre la quale la distribuzione tradizionale non riesce più a sostenersi autonomamente in determinate aree.

Nasce così il fenomeno della desertificazione informativa. Non significa necessariamente che in un territorio non sia più possibile leggere notizie su Internet, ma che scompaiono progressivamente le infrastrutture attraverso le quali l’informazione professionale viene prodotta e distribuita localmente. Può chiudere l’edicola, può ridimensionarsi il giornale locale e possono diminuire i giornalisti presenti sul territorio. Sono fenomeni differenti ma fanno parte della stessa trasformazione.

Per questo limitarsi a distribuire contributi una tantum non può rappresentare la soluzione definitiva. Gli incentivi possono essere preziosi per evitare chiusure immediate o accompagnare gli investimenti, ma il settore ha bisogno soprattutto di un nuovo modello economico.

Una possibile strada consiste proprio nel riconoscere formalmente alle edicole una funzione più ampia. Se quasi cinquemila Comuni italiani sono già senza un punto vendita, preservare quelli rimasti significa anche chiedersi quali servizi possano renderli economicamente sostenibili. Le edicole possono diventare punti di accesso a servizi pubblici e privati, luoghi per il ritiro di documenti o prodotti, presidi turistici, punti informativi e strutture di supporto alla vita quotidiana del territorio. Non tutte le soluzioni saranno adatte a ogni luogo, ma il principio è quello di utilizzare una rete già esistente invece di assistere passivamente alla sua scomparsa.

Naturalmente esiste un limite che non dovrebbe essere superato. Se per sopravvivere l’edicola deve progressivamente smettere di essere un’edicola, il problema della distribuzione della stampa rimane irrisolto. La diversificazione dovrebbe servire a mantenere economicamente sostenibile la vendita dei prodotti editoriali e non semplicemente a trasformare tutti i chioschi in esercizi commerciali completamente differenti.

È quindi necessario intervenire sull’intera filiera. Gli editori hanno bisogno di mantenere una rete sufficientemente capillare, i distributori devono poter raggiungere anche le zone nelle quali vengono consegnate poche copie e gli edicolanti devono ottenere dalla propria attività un reddito che giustifichi il lavoro richiesto. Se uno soltanto di questi tre elementi smette di funzionare, anche gli altri vengono inevitabilmente indeboliti.

E poi c’è il lettore, che rimane il punto dal quale tutto parte.

Nessun incentivo pubblico potrà riportare il mercato della carta ai livelli di vent’anni fa e pensare di ricostruire semplicemente il passato sarebbe irrealistico. Le abitudini sono cambiate definitivamente e l’informazione digitale continuerà ad avere un ruolo crescente. La vera sfida non consiste quindi nel contrapporre carta e Internet ma nel capire se nel nuovo ecosistema informativo esista ancora spazio per una rete fisica della stampa e quale valore collettivo siamo disposti ad attribuirle.

I dati suggeriscono che il tempo per rispondere non è infinito. Quando quasi due Comuni su tre sono già privi di un’edicola e le vendite cartacee dei quotidiani continuano a diminuire a ritmi vicini al dieci per cento annuo, aspettare che sia esclusivamente il mercato a trovare spontaneamente un nuovo equilibrio potrebbe significare scoprire quell’equilibrio quando gran parte della rete sarà ormai scomparsa.

Il bando di Cesenatico assume quindi un significato che supera largamente l’importo dei singoli contributi. Mostra che anche le amministrazioni locali stanno iniziando a considerare la scomparsa delle edicole come una perdita per il territorio e non semplicemente come la chiusura di un negozio che non riesce più a stare sul mercato.

La questione nazionale è esattamente questa. Un’edicola è certamente un’impresa privata e deve trovare un proprio equilibrio economico, ma è contemporaneamente l’ultimo anello fisico di una filiera che porta l’informazione ai cittadini. Quando quell’anello scompare da migliaia di territori non perdiamo soltanto un luogo nel quale acquistare un giornale. Perdiamo progressivamente la capillarità di una rete costruita in decenni e che, una volta smantellata, sarebbe estremamente difficile e costoso ricostruire.

Per questo gli aiuti locali possono essere utili ma dovrebbero diventare parte di una strategia molto più ampia che metta insieme sostegno economico, innovazione, nuovi servizi, distribuzione nelle aree meno redditizie e riconoscimento della funzione sociale delle rivendite.

La crisi delle edicole non verrà risolta tornando al mondo nel quale milioni di italiani compravano il quotidiano ogni mattina. Quel mondo non esiste più. La sfida è molto più complessa: inventare l’edicola capace di sopravvivere nel mondo che lo ha sostituito, prima che sia troppo tardi per farlo.

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