Le cooperative giornalistiche: quale futuro per un modello da rilanciare

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Nei capitoli precedenti abbiamo ricostruito la disciplina delle cooperative giornalistiche esaminando le finalitàil funzionamentolo statutoil ruolo dei soci e gli organi sociali. Poi abbiamo visto quali norme considerano la cooperativa come strumento di soluzione delle crisi e, infine, ci siamo occupati delle norme in tema di mutualità prevalente e vigilanza.

La centralità di un istituto come la cooperativa giornalistica per la garanzia di un’informazione libera ed autonoma sembra, però, essere rimasta più una dichiarazione di intenti che un obiettivo politico.

La possibilità di accedere ai benefici ai contributi pubblici previsti dal decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70, l’unico elemento che ancora le sostiene e che consente a decine di cooperative di sopravvivere.

Ma non sono centrali. Anzi. Gli enti non profit e le fondazioni possono accedere al medesimo sistema di sostegno, pur essendo assoggettati a requisiti organizzativi diversi e, sotto diversi profili, meno stringenti di quelli imposti alle cooperative giornalistiche. Nonostante la partecipazione attiva dei giornalisti alla gestione delle società editrice sia un valore aggiunto di cui tener conto.

Il legislatore del 1981 aveva individuato nella cooperativa giornalistica uno strumento attraverso il quale i lavoratori potevano affrontare la crisi dell’impresa editoriale e assicurare la continuità della testata. Se l’editore è in difficoltà e decide di terminare le pubblicazioni lo Stato favorisce l’acquisizione della testata e delle attività necessarie a garantire l’edizione e sostiene l’iniziativa con un contributo. Questo a condizione che la cooperativa abbia una serie di caratteristiche formali e sostanziali che garantiscano l’effettiva partecipazione dei giornalisti alla gestione dell’azienda editoriale.

Nel corso degli anni si è assistito ad un duplice orientamento da parte dal legislatore. Da un lato, aumentare il numero dei requisiti e, dall’altro, omologare, sotto il profilo del sostegno, questi soggetti agli enti no profit. Ma la diversa natura dei soggetti ha favorito il ricorso a modelli nei quali fondazioni ed enti no profit assumono direttamente l’attività editoriale o il controllo delle società editrici, mentre appare assai più limitata la nascita di nuove cooperative giornalistiche

La norma di cui abbiamo parlato nel capitolo dedicato alla possibilità di accedere da subito al contributo per le cooperative giornalistiche costituite dai dipendenti delle società editrici in procedura concorsuale, ad esempio, non ha trovato, che ci risulti, attuazione.

Questo perché la complessità della normativa e delle procedure – si pensi, a titolo esemplificativo, a quella per acquisire da subito la proprietà della testata – non stimola i giornalisti di una società in crisi a diventare editori. E anche le difficoltà finanziarie per dei dipendenti che da un lato si devono assumere un notevole rischio personale a fronte della possibilità di beneficiare degli ammortizzatori sociali e, successivamente, del trattamento di disoccupazione. In altri termini, un giornalista si trova davanti all’opzione di dover rischiare, in proprio e con i colleghi, il Tfr e anche la possibilità di potersi pagare gli stipendi e, dall’altro, la sicurezza di trovare una sicumera negli ammortizzatori sociali. C’è da dire che anche per l’Erario e per gli enti previdenziali gli effetti della scelta del giornalista non sono neutri. Se continua l’attività, verserà imposte dirette e contributi previdenziali; se decide di optare per gli ammortizzatori sociali, il costo di questi ricadrà interamente a carico dello Stato.

Gli stimoli alle cooperative possono arrivare dalla formazione, dalla cultura cooperativistica e da un’assistenza finanziaria che al momento non è prevista. Anche le centrali cooperative e i loro fondi mutualistici per la cooperazione potrebbero, ad esempio, diventare un motore per far rientrare sul mercato testate destinate alla chiusura dalla crisi che colpisce l’editoria. Ma occorrono misure concrete, realistiche e sostenibili.

Parliamo di forma, poi c’è la sostanza. In genere, le cooperative giornalistiche sono piccole società, i dipendenti vanno da un minimo di tre ad un massimo di quaranta, cinquanta dipendenti. E le dimensioni in questo settore premiano, da sempre, i giornali più grandi, in grado di accedere alla pianificazione pubblicitaria a tutti i livelli. Ma non solo. Le capacità relazionali dei grandi editori in un mondo politico fortemente polarizzato e in cui il Parlamento ha del tutto perso centralità non sono comparabili a quelli delle cooperative. Poco conta, in questo squilibrio, che le cooperative abbiano una caratteristica che dovrebbe invece rappresentare un valore: l’editore coincide, almeno in larga misura, con chi produce direttamente l’informazione e il suo interesse imprenditoriale è legato alla sopravvivenza e allo sviluppo della testata.

L’auspicio è che dall’esterno arrivi una diversa attenzione a dei soggetti giuridici che per definizione garantiscono la terzietà dell’informazione e che dall’interno maturi una diversa consapevolezza da parte degli stessi soci delle cooperative della loro funzione sociale e dell’esigenza, comunque, di garantire alle proprie società una sostenibilità sul mercato, fermo rimanendo il dovuto sostegno pubblico.

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