Editoria

Cassazione: chiamare “imputato” un semplice indagato è diffamazione. La sentenza che riscrive i confini della cronaca giudiziaria

Le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13200 del 18 maggio 2025, hanno fissato un principio destinato a incidere profondamente sul lavoro dei giornalisti e sul modo in cui si fa cronaca giudiziaria in Italia.

La vicenda nasce da un articolo pubblicato online che definiva imputato un dirigente bancario che, al momento dei fatti, era invece soltanto indagato per tentata truffa. La differenza, per la Suprema Corte, non è un dettaglio: è il cuore del problema.

Secondo i giudici, confondere imputato e indagato, così come trasformare un reato tentato in reato consumato, non è una “inesattezza marginale” ma una falsificazione sostanziale della realtà. Un errore che altera il significato della notizia, incide sulla reputazione del soggetto coinvolto e fa venir meno la possibilità per il giornalista di invocare la scriminante del diritto di cronaca.

Non solo. La Corte ha evidenziato che, nell’ecosistema informativo attuale – fatto di titoli brevi, sintesi veloci e lettori che spesso non vanno oltre il sommario – anche una sola parola sbagliata può produrre un danno ingiusto e immediato. E il titolo, oggi più che mai, fa la notizia.

Per le Sezioni Unite la libertà di stampa resta un pilastro costituzionale, ma può essere esercitata solo nel rispetto dei criteri di verità, pertinenza e continenza. E la verità non può essere “approssimativa”: deve essere accurata, verificata e costantemente aggiornata alla reale evoluzione del procedimento penale.

In questo quadro, la sentenza prende le distanze dall’orientamento più permissivo della giurisprudenza penale e ribadisce una linea di maggiore rigore: errori “qualitativi” sulla posizione processuale dell’interessato non sono tollerabili, perché spostano il lettore da un livello informativo neutro a una percezione anticipata di colpevolezza.

La conclusione della Cassazione è netta: attribuire erroneamente a una persona la qualità di imputato o rappresentare come consumato un reato solo tentato integra diffamazione e non consente di invocare l’esimente del diritto di cronaca.

Una pronuncia che avrà impatto diretto su redazioni, direttori ed editori, e che riafferma un principio tanto semplice quanto spesso dimenticato: la libertà di stampa vive e si rafforza solo se si accompagna a rigore, responsabilità e rispetto della verità.

Enzo Ghionni

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