Editoria

Big Tech non vuol scucire: Google e Meta contro il governo australiano

Come era facile aspettarsi, non s’è fatta attendere la replica di Google e Meta all’offensiva del governo dell’Australia. Per Mountain View “gli accordi con gli editori ci sono già” mentre invece Menlo Park urla alla “tassa sui servizi”. Insomma, quando c’è da scucire Big Tech non è mai troppo felice di farlo. E, anzi, si prepara alla battaglia. La replica di Google è di quelle da incorniciare. Secondo l’azienda, infatti, “non si vede la necessità” di una tassa per chi non sottoscriverà intese con gli editori riconoscendo loro il giusto prezzo per le notizie pubblicate in rete. Stando a Mountain View, infatti, Canberra “ignora il fatto che Google abbia già accordi commerciali con l’ industria dell’informazione, fraintende come sia cambiato il mercato pubblicitario e impone pagamenti ad alcune aziende escludendo arbitrariamente piattaforme come Microsoft, Snapchat e OpenAI, nonostante il grande cambiamento nel modo in cui le persone consumano le notizie”. Nemmeno Meta l’ha presa benissimo. “Questa proposta di legge, che si applicherebbe alle piattaforme indipendentemente dal fatto che i contenuti giornalistici compaiano o meno sui nostri servizi, non è altro che una tassa sui servizi digitali”. Ma non basta. Perché, quasi quasi, dovrebbero essere i giornali a pagare loro. Secondo Meta, infatti, le testate “pubblicano volontariamente contenuti sulle nostre piattaforme perché ne traggono valore” e “l’idea che noi prendiamo i loro contenuti giornalistici è semplicemente sbagliata”. Già tanto basterebbe. Ma invece Zuckerberg e i suoi rincarano ulteriormente la dose. “Un trasferimento di ricchezza imposto dal governo da un settore all’altro, senza alcun collegamento al valore scambiato, non porterà a un settore dell’informazione sostenibile o innovativo. Al contrario, creerà un’industria dell’informazione dipendente da un sistema di sussidi gestito dal governo”.

Luca Esposito

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