Editoria

Big tech e informazione: il modello negoziale ha fallito e serve l’intervento dello Stato

Il confronto tra le imprese di informazione e le grandi piattaforme per l’utilizzo dei contenuti si è rivelato, nei fatti, un’ipotesi non percorribile. Lo dimostra lo stato delle trattative in Italia, mediate dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sulla base di una legge dello Stato, oggi sostanzialmente arenate in una sequenza di contenziosi avviati dalle big tech.

La divergenza di approccio culturale e, soprattutto, l’evidente asimmetria di forza contrattuale sono solo alcune delle ragioni che impongono un intervento pubblico diretto per regolare i rapporti tra le imprese che producono informazione e operatori globali che, per capacità economica e influenza, agiscono di fatto come “stati tra gli Stati”.

In questo contesto, l’iniziativa del governo australiano di introdurre un prelievo sul fatturato delle grandi piattaforme rappresenta un modello di particolare interesse. Il rapporto economico tra piattaforme e imprese di informazione verrebbe così sottratto alla negoziazione bilaterale e ricondotto a un meccanismo pubblico, in cui lo Stato preleva risorse dai primi e le redistribuisce ai secondi sulla base di criteri stabiliti per legge.

La proposta del primo ministro australiano, Anthony Albanese, si muove dunque in una direzione coerente con l’esigenza di riequilibrare il mercato e meriterebbe un’attenta valutazione anche da parte dei legislatori dell’Unione europea.

Da anni, infatti, la legislazione unionale tenta di introdurre strumenti idonei a correggere le distorsioni generate dal potere strutturalmente sproporzionato delle piattaforme, che intercettano una quota crescente delle risorse economiche prodotte dalla circolazione dei contenuti informativi. Tuttavia, l’esperienza concreta dimostra i limiti degli strumenti fondati sulla negoziazione assistita.

Oltre alla disciplina sull’equo compenso per l’utilizzo dei contenuti editoriali, che in Italia non ha prodotto risultati significativi, da quasi un anno è in vigore l’European Media Freedom Act, che risulta, allo stato, privo di effettiva attuazione, almeno nel contesto nazionale.

Il passaggio a un meccanismo di prelievo sul fatturato segnerebbe un cambio di paradigma: gli Stati potrebbero utilizzare le strutture fiscali già esistenti per raccogliere le risorse e ripartirle tra i fornitori di contenuti secondo criteri stabiliti per legge, riducendo il contenzioso e superando l’inefficacia delle trattative individuali.

Si tratta di una scelta che presenta anche profili critici — in particolare sul piano della compatibilità con il diritto europeo e con le regole sulla concorrenza — ma che non può più essere elusa nel dibattito pubblico.

È arrivato il momento che questo tema diventi centrale nell’agenda politica, non solo nazionale ma europea, se si intende realmente affrontare il nodo del finanziamento dell’informazione nell’economia digitale.

Enzo Ghionni

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