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Bando frequenze. Base d’asta a prezzi irrisori per i nuovi entranti

Frequenze Tv nazionali vendute “a prezzi stracciati”. Varrebbero dai 29 milioni di euro e sino ad un massimo di 31 – a fronte di una valutazione di alcuni miliardi di euro – le frequenze Tv del cosiddetto “dividendo interno” e che andranno all’asta entro breve tempo nel silenzio generale. Asta che suscita molte perplessità perché lo Stato Italiano sembra intenzionato ad affidare ad aziende private gruppi di frequenze della Tv digitale in grado di far nascere (o rafforzare) la presenza di nuovi canali Tv con copertura nazionale. Frequenze già oggetto di una feroce disputa politica durante il Governo Monti che stava per assegnarle gratuitamente ai principali operatori Tv nazionali. All’epoca l’operazione venne bloccata per le proteste trasversali politicamente di chi sosteneva che fosse un “regalo” ai “soliti noti”.
Un bene dello Stato alienato gratuitamente in un periodo in cui si chiede ai cittadini di stringere la cinghia per la crisi e si pensa di vendere “i beni di famiglia” per far cassa. Tutto tranne, inspiegabilmente, le frequenze Tv che potrebbero far nascere un competitore su un mercato dove i “grandi nomi” sono sempre gli stessi. Il bando di gara oggetto di contestazione prevede l’assegnazione di nuovi diritti d’uso per frequenze televisive nazionali in DVB-T in grado di far nascere tre nuovi canali nazionali. Frequenze con diritto d’ uso ventennale non trasferibile per i primi tre anni (dopo potranno essere cedute a chiunque, anche a colossi già presenti sul mercato).Tre, come detto, i Lotti che andranno presto all’asta .
Il Lotto L1, con l’utilizzo dei canali 6 e 23 con una copertura nazionale stimata pari all’89,5% della popolazione e dal prezzo base d’asta di 29.300.759,42 euro.
Il Lotto L2 con l’utilizzo dei canali 7 e 11 con una copertura stimata di popolazione pari al 91,1% e con base d’asta di 29.824.571,88 euro.
Il Lotto L3 con l’utilizzo dei canali 25 e 59 con una copertura nominale stimata di popolazione pari al 96,6% e base d’asta di 31.625.177,20.

Si dice che Rai e Mediaset non parteciperanno alla competizione. Grazie. Entrambi i broadcaster hanno la quota massima prevista dall’Ue, tra l’altro ottenuta in modo discutibile, vale a dire con il cambiamento di destinazione del blocco previsto per la telefonia mobile (Dvbh) , transitato tout court alla televisione digitale (Dvbt). Non solo. Il gruppo Espresso con rete A dispone di due mux, che si aggiungono ai tre della promessa sposa “T-media” di Telecom. Sky ha interesse marginale al digitale terrestre, come è noto. Un’altra pax televisiva? Sembrerebbe. Del resto, quella che appare una bella presa in giro non trova grande spazio nel dibattito pubblico. Eppure, è la metafora dell’eterna questione televisiva di un’Italia che ha interiorizzato l’essenza del berlusconismo e innalzato la tv al rango di vera divinità pagana. Mediaset ha attese e pretese per il futuro visto l’esborso super per i diritti della Champions League 2015-2018. Per finire, le frequenze in assegnazione non sono tutte uguali. Si va da quelle prelibate, alle mediane, agli scarti privi persino di coordinamento nella pianificazione internazionale. Che significa interferenze e qualità scadente. Si obietterà che la riduzione dei mux è dovuta alla scelta di dedicare le risorse tecniche alla nuova generazione di cellulari di cui il mercato è ghiotto; ma le gare non si fanno e disfano a seconda dei giri del vento. Così, il deprezzamento economico dell’asta non può passare come resa alle difficoltà del momento, visto che quando il marchingegno fu immaginato, l’Italia parlava solo di “rischio Grecia”.

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