Australia, approvata la legge che obbliga le Big Tech a finanziare l’informazione

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L’Australia ha approvato definitivamente il News Bargaining Incentive, la nuova normativa destinata a riequilibrare i rapporti economici tra le grandi piattaforme digitali e le imprese editoriali. Il Parlamento australiano ha dato il via libera definitivo alla riforma il 20 agosto, completando un percorso iniziato nei mesi scorsi con la presentazione della proposta da parte del Governo guidato da Anthony Albanese.

Il principio alla base della nuova normativa è piuttosto semplice: le grandi piattaforme digitali devono raggiungere accordi economici con gli editori australiani per i contenuti giornalistici oppure versare un prelievo calcolato sui ricavi pubblicitari realizzati nel Paese.

Non si tratta, quindi, semplicemente di una nuova tassa sulle Big Tech. Il prelievo è costruito soprattutto come un incentivo alla contrattazione: per Google, Meta e gli altri grandi operatori diventa economicamente conveniente raggiungere accordi con le imprese che producono informazione.

La normativa si applica alle piattaforme che dispongono in Australia di servizi digitali rilevanti e superano la soglia di 250 milioni di dollari australiani di ricavi pubblicitari locali. Tra i soggetti potenzialmente interessati figurano Google, Meta, TikTok, Microsoft e LinkedIn.

Come funziona la nuova legge sulle Big Tech

Il News Bargaining Incentive prevede un prelievo sui ricavi pubblicitari australiani delle grandi piattaforme digitali interessate dalla normativa.

Ma la caratteristica fondamentale del sistema è che gli accordi commerciali conclusi con gli editori consentono alle piattaforme di ridurre l’importo da versare.

Il meccanismo è quindi costruito per rendere economicamente preferibile finanziare direttamente la produzione giornalistica attraverso accordi commerciali piuttosto che versare il prelievo allo Stato.

La scelta australiana introduce così una forma particolare di regolamentazione: non stabilisce semplicemente quanto una piattaforma debba pagare a ciascun editore, ma crea le condizioni economiche perché piattaforme ed editori raggiungano autonomamente degli accordi.

Dal News Media Bargaining Code al News Bargaining Incentive

Il Parlamento australiano aveva introdotto già nel 2021 il News Media Bargaining Code, uno dei primi tentativi al mondo di riequilibrare il potere contrattuale tra piattaforme digitali ed editori.

Quel sistema aveva favorito la conclusione di numerosi accordi, soprattutto con Google e Meta, ma aveva mostrato un limite importante: le piattaforme potevano sottrarsi al meccanismo riducendo o eliminando la presenza delle notizie dai propri servizi.

Il problema è diventato particolarmente evidente dopo la decisione di Meta di non rinnovare alcuni degli accordi commerciali precedentemente conclusi con gli editori australiani.

Il nuovo News Bargaining Incentive cerca proprio di superare questo limite. Il legislatore costruisce un incentivo economico affinché i grandi operatori digitali continuino a finanziare la produzione giornalistica attraverso accordi commerciali.

Questi accordi consentono alle big tech di evitare di pagare una tassa sui ricavi da pubblicità, indipendentemente dall’utilizzo dei contenuti.

Big Tech, obbligo di accordi con almeno otto editori

Uno degli aspetti più interessanti della versione definitivamente approvata riguarda la pluralità dei soggetti che devono beneficiare degli accordi.

Per poter utilizzare pienamente gli accordi commerciali per compensare quanto dovuto, ogni piattaforma deve concludere intese con almeno otto differenti imprese editoriali.

È inoltre previsto che nessun singolo accordo possa rappresentare più del 25 per cento dell’importo complessivamente riconoscibile alla piattaforma.

Le due disposizioni perseguono un obiettivo evidente: evitare che Google, Meta o gli altri operatori possano assolvere sostanzialmente ai propri obblighi raggiungendo accordi soltanto con uno o due grandi gruppi editoriali.

Ed è probabilmente qui che il modello australiano diventa particolarmente interessante anche per il dibattito europeo.

Il problema, infatti, non è soltanto trasferire una parte delle risorse generate dalle piattaforme digitali verso l’industria dell’informazione. È anche stabilire come queste risorse debbano essere distribuite all’interno del sistema editoriale.

Più incentivi per gli accordi con i piccoli e medi editori

Il sistema introduce un meccanismo destinato a rendere più convenienti gli accordi con le imprese editoriali di dimensioni minori.

Gli accordi conclusi con i grandi editori vengono valorizzati ai fini della compensazione nella misura del 150 per cento del loro valore, mentre per gli accordi con piccoli e medi editori la percentuale sale al 200 per cento.

In pratica, a parità di somma pagata, per una piattaforma è più conveniente raggiungere un accordo con una piccola o media impresa editoriale.

Una delle criticità di tutti i sistemi che affidano alla contrattazione tra piattaforme ed editori la remunerazione dei contenuti giornalistici è rappresentata dalla diversa forza contrattuale delle imprese.

Un grande gruppo editoriale può sedersi al tavolo con Google o Meta disponendo di un marchio conosciuto, milioni di utenti e una quantità considerevole di contenuti. Una piccola testata locale o un editore indipendente si trova inevitabilmente in una posizione molto diversa.

Il legislatore australiano non si limita quindi a cercare di trasferire risorse dalle piattaforme all’industria editoriale, ma interviene anche sul modo nel quale queste risorse vengono distribuite.

È una scelta che lega direttamente la disciplina dei rapporti economici tra piattaforme ed editori alla tutela del pluralismo dell’informazione.

Le somme riscosse dalle Big Tech destinate all’informazione

Anche nell’ipotesi in cui le piattaforme decidessero di non raggiungere accordi sufficienti con gli editori, le risorse versate attraverso il nuovo meccanismo sono destinate al settore dell’informazione australiano.

La logica rimane quindi la stessa: le risorse provenienti dalle grandi piattaforme devono contribuire a finanziare la produzione di informazione professionale.

Una quota delle somme riscosse, pari al 5 per cento, è inoltre destinata all’Australian Associated Press (AAP), l’agenzia di stampa indipendente australiana che fornisce notizie a numerose imprese editoriali.

Il sistema prevede inoltre strumenti destinati alle realtà editoriali più piccole, comprese quelle che, per dimensioni economiche, difficilmente potrebbero negoziare autonomamente con i grandi operatori tecnologici.

Perché i contenuti giornalistici hanno valore per le piattaforme.

Dietro il complesso meccanismo previsto dalla normativa australiana c’è in realtà una considerazione economica piuttosto lineare.

I contenuti giornalistici hanno un valore per le piattaforme digitali.

Le notizie producono ricerche, condivisioni e interazioni, trattengono gli utenti all’interno degli ecosistemi digitali e contribuiscono direttamente o indirettamente alla produzione dei ricavi pubblicitari.

Ma i costi necessari per produrre quei contenuti continuano a essere sostenuti dalle imprese editoriali.

È questa asimmetria che l’Australia cerca di correggere.

E lo fa con uno strumento diverso da quelli prevalentemente utilizzati in Europa. Nell’Unione europea il problema è stato affrontato soprattutto attraverso il diritto connesso degli editori per l’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche. L’Australia interviene invece sul rapporto economico tra piattaforme e sistema dell’informazione.

Big Tech ed editori, il modello australiano per l’Europa

Naturalmente sarà necessario verificare nei prossimi anni se il nuovo sistema funzionerà e soprattutto quali saranno le reazioni delle grandi piattaforme.

Ma la legge appena approvata introduce un principio che merita attenzione anche nel dibattito europeo.

Non basta stabilire che le piattaforme debbano contribuire economicamente alla produzione dell’informazione. Occorre chiedersi anche a quali editori debbano arrivare quelle risorse.

Un sistema che trasferisse denaro dalle Big Tech esclusivamente ai maggiori gruppi editoriali risolverebbe forse una parte del problema economico dell’industria, ma rischierebbe contemporaneamente di aumentare la concentrazione del mercato.

L’Australia prova una strada diversa: almeno otto editori, un limite alla concentrazione degli accordi e un vantaggio economico maggiore quando la piattaforma finanzia imprese editoriali piccole e medie.

È forse questo l’aspetto più interessante della riforma appena approvata.

Il sostegno all’informazione non viene considerato soltanto come un problema di remunerazione dei contenuti, ma anche come uno strumento per tutelare la pluralità del sistema editoriale.

In altri termini, la questione non è soltanto costringere le Big Tech a riconoscere il valore economico dell’informazione. La vera questione è fare in modo che le risorse generate da questo riconoscimento contribuiscano a mantenere in vita un sistema dell’informazione plurale, nel quale possano continuare a operare anche gli editori che, per dimensioni e forza contrattuale, non sarebbero mai in grado di negoziare alla pari con le grandi piattaforme digitali.

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