Editoria

AI e informazione: la regolamentazione non basta più

L’autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha trasmesso nei giorni scorsi una segnalazione alla Commissione europea ai sensi dell’articolo 65 del Digital Services Act. Oggetto della segnalazione è l’utilizzo improprio dei contenuti editoriali da parte delle piattaforme digitali.

Il caso specifico trattato è quello di Google AI, che fornisce una risposta immediata e sintetica alle query degli utenti, utilizzando i contenuti di terzi. Il punto è che, così facendo, si sottrae traffico agli editori e, di conseguenza, la possibilità di generare ricavi pubblicitari. L’iniziativa dell’Autorità è sicuramente meritevole e sarebbe, anzi, interessante conoscere le ragioni che hanno indotto una Commissaria, Elisa Giomi, a votare in maniera contraria.

Chiaramente la segnalazione ha registrato il plauso delle associazioni dei fornitori di contenuti e ha concentrato l’attenzione sul sempre più difficile rapporto tra piattaforme ed editori. Ma il vero punto è comprendere se questa iniziativa potrà produrre effetti concreti. E su questo nutriamo enormi perplessità.

Intanto che in Europa si studia, si dibatte, si ragiona e si legifera e nei singoli Paesi membri le Autorità regolamentano, parlano, dicono, le piattaforme fanno. E tutto ciò che fanno va in direzione ostinata e contraria rispetto a quello che l’Unione europea e gli Stati pensano di fare.

Parliamo di un caso specifico, così facciamo prima. Il Parlamento europeo, con la direttiva 2019/790 sul diritto d’autore nel mercato unico digitale (DSM Directive), ha introdotto l’obbligo per le piattaforme di riconoscere un compenso per l’utilizzo dei contenuti editoriali. Quasi sette anni fa, l’intelligenza artificiale era un argomento per pochi, sembrava un futuro remoto. La pubblicità digitale valeva circa il 40 per cento del mercato complessivo ed era sembrato necessario introdurre un correttivo che riequilibrasse il mercato.

Passano due anni e in Italia viene emanato il decreto legislativo 8 novembre 2021, n. 177 che attua la direttiva comunitaria introducendo nuove norme a tutela del diritto d’autore. Nel 2023 l’Autorità pubblica la delibera n. 3/23/CONS con cui regolamenta l’equo compenso, introducendo un procedimento amministrativo volto a semplificare gli accordi. Di anni ne sono passati quattro, la pubblicità digitale vale il 50 per cento del mercato e le piattaforme ne assorbono circa l’ottanta per cento.

Ma, finalmente, si possono avviare le negoziazioni. Gli editori trovano sin da subito grandissime difficoltà nell’interlocuzione con le piattaforme. Sistemi difficilmente accessibili per avviare la trattativa, dati non disponibili, proposte ben al di sotto della decenza. Le associazioni di categoria avvertono le difficoltà e danno mandato alla SIAE di gestire il procedimento e le trattative. A fronte dell’inizio delle attività da parte della mandataria le piattaforme, praticamente tutte, aprono le stagioni del contenzioso. Vengono contestate la norma nazionale e la delibera di attuazione; la competenza territoriale, i procedimenti, la natura del rapporto. A breve è attesa una sentenza della Corte di giustizia europea per un contenzioso avviato oltre due anni fa circa la possibilità per l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di chiedere dati alle piattaforme e di chiedere l’iscrizione al Registro degli operatori, con l’obbligo di pagare il relativo contributo.

Di anni ne sono passati sette, l’intelligenza artificiale è diventata realtà. Il Governo americano, con la delicatezza che caratterizza le sue azioni negli ultimi anni, impone di non regolamentare ulteriormente le piattaforme; ma, soprattutto, secondo gli ultimi dati, la pubblicità digitale assorbe circa il 60 per cento del mercato; e di questo oltre l’ottanta per cento è appannaggio delle grandi piattaforme. Che finora non hanno riconosciuto praticamente nulla alla stragrande maggioranza degli editori, limitando addirittura il traffico.

In sintesi, circa il 50 per cento del mercato pubblicitario va ad operatori che non producono contenuti, ma utilizzano quelli di terzi. E che, nonostante siano tenuti per legge a farlo, non riconoscono nulla a chi li produce. D’altronde in Italia chi non vuole pagare dice al creditore, fammi causa. E soggetti come Google e Meta su questo punto non hanno avuto problemi ad assumere l’atteggiamento dei tanti Mario Rossi che confidano, per non pagare, nei tempi della giustizia.

Se vediamo l’iniziativa dell’Autorità in questo contesto, e sinceramente non riusciamo a vederne uno diverso, comprendiamo la complessità della situazione.

Perché la segnalazione produca effetti, laddove la Commissione valuti che ci siano i presupposti, ci vorranno anni. Poi ci vorrà un regolamento o una direttiva europea e poi una legge di recepimento. Che probabilmente avrà bisogno di una delibera di attuazione da parte dell’Autorità. Questi tempi fanno ridere rispetto a un mercato che corre velocissimo, dominato da pochi soggetti con un potere mediatico ed economico superiore a quello degli Stati. I fornitori di contenuti richiedono interventi immediati. Non servono atti, documenti, segnalazioni, convegni, seminari, simposi. Servono misure drastiche ed urgenti.

L’unica soluzione è che gli Stati facciano gli Stati ed impongano subito in tutta Europa, una tassa sul fatturato delle grandi piattaforme per l’utilizzo dei contenuti. In questa direzione il governo australiano ha recentemente proposto una tassa del 2,25 per cento del fatturato. E il ricavato di questa tassa lo gestiscono i singoli Stati ripartendola tra i fornitori di contenuti sulla base di una legge che tenga conto della specificità delle imprese, della natura, dei giornalisti assunti.

Il terremoto va avanti da anni. È il caso di dire “Fate presto”.

Enzo Ghionni

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