A sproposito di pluralismo: l’Agcom e gli over the top

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“Mentre il medico studia, il malato muore”, vecchio proverbio sempre attuale. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha pubblicato qualche giorno fa le risultanze dell’accertamento per l’anno 2020 relativo al Sic, il sistema integrato delle comunicazioni, introdotto con la legge Gasparri nel 2005 per rinnovare la disciplina antitrust nel settore dell’informazione. Sono passati diciassette anni e il mondo è, a dir poco, cambiato. Allora la legge aveva la funzione di consentire a Fininvest di rimanere sul mercato, allungando il brodo del mercato e in modo da garantire all’allora Fininvest di non trovarsi in una situazione di posizione dominante. Ma allora Facebook, Twitter, Netflix, Tik Tok e tanti altri non esistevano o erano agli albori.

La televisione si vedeva con l’antenna analogica e con il satellite, nessuno streaming; l’iphone era un’idea rivoluzionaria di un genio ma quell’idea non aveva cambiato, e per sempre, le nostre vite. Pensare oggi al mercato come si faceva nel 2005 è come inviare in Ucraina le pietre per fronteggiare l’invasione russa, ma la norma, aggiornata nel 2021, appunto come se nulla fosse accaduto in questi anni, è rimasta la stessa. E l’AgCom sulla base della stessa norma analizza e, chiaramente, giunge alla conclusione che nessuno ha una quota di mercato, il 20 per cento di questo mondo e di quest’altro, e, pertanto, tutto a posto, nulla da eccepire. La norma è, giustamente, scolpita e da quella non ci si deve discostare, ma oltre la norma ci sono alcune circostanze che possono essere analizzate. Il mercato vale oltre 16 miliardi di euro; i primi tre soggetti detengono oltre il 40 per cento dello stesso; le prime dodici oltre il 70 per cento. Nel settore operano migliaia di operatori. Ma che mercato è, un mercato così?

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