Le conclusioni dell’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Maciej Szpunar, nella causa C-250/25, Like Company contro Google Ireland, individuano i limiti al riutilizzo degli articoli giornalistici nelle risposte dei chatbot, distinguendolo dall’addestramento dei modelli.
La controversia riguarda l’impiego di articoli giornalistici da parte di Gemini. Like Company, una società editrice ungherese, ha contestato sia il loro presunto utilizzo nell’addestramento dei modelli, sia la successiva riproduzione attraverso le risposte del chatbot. Sono due attività diverse: elaborare grandi quantità di testi per costruire un modello e consultare un sito, al momento della domanda dell’utente, per formulare una risposta aggiornata. Quest’ultimo procedimento è comunemente indicato con la sigla RAG.
Le notizie non appartengono a nessuno, ma questo non significa che il lavoro necessario a raccontarle possa essere liberamente riprodotto dalle piattaforme di intelligenza artificiale.
Sull’addestramento, Szpunar propone di dichiarare irricevibili le questioni, perché manca la prova dell’impiego degli articoli contestati e perché tale attività non costituisce, a suo avviso, un utilizzo online ai sensi dello specifico diritto degli editori. Esaminando comunque il tema, ritiene che l’addestramento possa beneficiare dell’eccezione per l’estrazione di testo e dati, purché ne siano rispettate le condizioni, compresi l’accesso legittimo ai contenuti e il rispetto dell’eventuale riserva dei diritti. Ma questo non significa che le piattaforme possano utilizzare liberamente qualsiasi contenuto prodotto da terzi.
Infatti, Szpunar ritiene che il recupero e il riutilizzo in tempo reale degli articoli possano violare i diritti degli editori quando avvengano attraverso un accesso illecito, anche aggirando protezioni efficaci, oppure quando la risposta riproduca in modo riconoscibile la forma espressiva della pubblicazione al punto da sostituirne integralmente la consultazione.
Una volta si diceva che i giornalisti dovessero tenere ben distinti i fatti dalle opinioni. In questo nuovo mondo occorre distinguere il fatto dalla forma con cui viene raccontato. Un incidente stradale è un fatto, il racconto dello stesso è il frutto del lavoro di un giornalista. Il tentativo delle big tech di appropriarsi dei contenuti può dunque risultare illecito nelle circostanze individuate dall’avvocato generale.
Ancora una volta uno scontro tra le grandi piattaforme e gli editori. E ancora una volta un possibile freno allo strapotere delle big tech, anche se occorre chiaramente attendere la sentenza della Corte di giustizia. Ma il contenzioso non modifica l’atteggiamento di operatori che trovano nei tempi della giustizia il maggiore alleato rispetto ai loro comportamenti. Ogni anno acquisiscono maggiori quote di mercato erodendole agli editori, ogni secondo addestrano i loro algoritmi.
Una sentenza in linea con le conclusioni di Szpunar porrebbe sicuramente un freno alle condotte illecite delle big tech. Ma sarà passato del tempo e questo gioca a loro favore.







