Roberto Vannacci, fondatore e principale riferimento politico di Futuro Nazionale, svela subito quale potrebbe essere il suo atteggiamento rispetto alla stampa. Ha detto, infatti, commentando la presenza dei cronisti al congresso del movimento: «L’infiltrazione dei giornalisti è già iniziata – dice – registrano di nascosto, come se si infiltrassero tra i Vietcong e io fossi il colonnello Kurtz».
Ma non è Apocalypse Now, non ci sono elicotteri che girano né napalm da sparare o da cui difendersi. Semplicemente il generale Vannacci ha dismesso le vesti di ufficiale dell’esercito per diventare leader di un partito politico e protagonista di una stagione che potrebbe ritagliarsi uno spazio significativo nel panorama politico italiano. Vannacci sa bene che le cose militari nulla hanno a che fare con la democrazia: l’esercito si fonda sulla gerarchia e sull’obbedienza, mentre la democrazia è fatta di confronto, interazione, mediazione. E il presupposto indispensabile di questo confronto è la libertà di manifestazione del pensiero, che non può esistere senza una stampa libera, autonoma e capace di svolgere il proprio ruolo di controllo nei confronti del potere.
E allora per quale ragione l’ex generale attacca i giornalisti mentre è ancora agli esordi della sua attività politica? Forse perché la polemica contro l’informazione è diventata uno degli strumenti più semplici e redditizi della comunicazione politica contemporanea. Da anni, infatti, una parte della politica considera la stampa non come un interlocutore scomodo ma necessario, bensì come un avversario da delegittimare agli occhi dell’opinione pubblica.
Si tratta di una tendenza trasversale che attraversa schieramenti e stagioni politiche differenti. Durante la pandemia, ad esempio, il rapporto tra governo e informazione è stato spesso caratterizzato da una comunicazione fortemente centralizzata, con conferenze stampa nelle quali gli spazi di interlocuzione apparivano limitati e rigidamente organizzati. In altri casi si è assistito ad un crescente ricorso alla comunicazione diretta attraverso i social network, con una progressiva riduzione del ruolo di mediazione svolto dai giornalisti.
Massimo D’Alema alternava cachemere e querele, in una stagione nella quale il contenzioso con la stampa rappresentava spesso una modalità di gestione del dissenso mediatico. Giorgia Meloni, come molti leader contemporanei, predilige frequentemente contesti comunicativi nei quali il controllo del messaggio risulta maggiore e il confronto meno imprevedibile. Nulla di nuovo, dunque.
Vannacci sembra inserirsi perfettamente in questo schema. Quando individua singoli giornalisti o intere testate come simboli di un’informazione ostile, non fa altro che riproporre una dinamica ormai consolidata nella politica italiana: trasformare il giornalista da osservatore critico a soggetto politicamente schierato, da interlocutore scomodo a bersaglio polemico.
Il problema è che una democrazia matura dovrebbe accettare il conflitto tra politica e informazione senza trasformarlo in una guerra permanente. I giornalisti possono sbagliare, essere superficiali, perfino faziosi. Ma il loro compito non è piacere ai leader politici, bensì raccontarne le scelte, verificarne le affermazioni e porre domande, soprattutto quelle più scomode. Quando la politica pretende di scegliere quali domande siano legittime e quali giornalisti siano accettabili, il rischio è che si smarrisca il senso stesso del pluralismo.
Per questo motivo le parole di Vannacci meritano attenzione non tanto per la loro durezza, quanto perché rappresentano il sintomo di una malattia più profonda della politica italiana. L’idea che il consenso possa sostituire il confronto, che la comunicazione possa sostituire l’informazione e che il giornalista critico debba essere considerato un nemico anziché una componente fisiologica della vita democratica.
L’ex generale, con i suoi atteggiamenti nei confronti della stampa, non appare dunque come un elemento di rottura rispetto al passato, ma come l’ennesima espressione di una politica che da troppo tempo preferisce gli slogan alle argomentazioni, i social al confronto, la costruzione del nemico alla fatica del dibattito pubblico. E proprio per questo, più che una novità, rischia di rappresentare una continuità.







