Donald Trump ha annunciato il divieto di accesso alla Casa Bianca per CNN, MS NOW e Politico, accusandole di diffondere notizie false. Il 19 settembre all’annuncio sono seguiti i fatti: i giornalisti delle tre testate si sono visti negare l’ingresso. La CNN ha denunciato un attacco alla libertà di stampa. Il presidente ha prospettato ulteriori esclusioni. La porta, insomma, resta aperta a condizione che quello che scrivi sia gradito a chi sta dentro.
Il punto è semplice. In una democrazia è impensabile che chi deve essere controllato pretenda di scegliere chi può controllarlo. Il giornalismo serve a verificare le dichiarazioni, ricostruire i fatti, porre domande. Anche quelle scomode. Se il potere può allontanare chi lo critica, l’accesso alle informazioni diventa un premio per chi si comporta bene. E il significato di quel “bene” lo decide il soggetto di cui si dovrebbe raccontare l’operato.
Naturalmente i giornalisti possono sbagliare. Le testate possono essere faziose e le ricostruzioni possono risultare inesatte. Ma agli errori si risponde contestandoli, documentandoli, chiedendo correzioni. Non attribuendo al protagonista delle notizie il potere di selezionare chi può raccoglierle. Altrimenti basta chiamare falsa una notizia sgradita per giustificare l’esclusione di chi l’ha pubblicata.
La vicenda ha assunto rilievo internazionale perché coinvolge il presidente degli Stati Uniti e testate come la CNN. Ma sarebbe comodo considerarla soltanto un’altra manifestazione dell’insofferenza di Trump. Il problema è anche la normalità con cui accettiamo comportamenti analoghi quando i protagonisti hanno nomi meno conosciuti.
Pensiamo ai presidenti delle società di calcio che non ammettono i giornalisti di determinate testate. Ai politici che cercano soltanto intervistatori accomodanti. Alle conferenze stampa nelle quali le domande diventano un fastidio, agli uffici stampa che trattano l’accesso come una concessione da accordare o ritirare. Due esempi su tutti: Nel 2021 Commisso, allora Presidente della viola, annunciò che alcuni giornalisti non avrebbero più potuto accedere alla Fiorentina e al centro sportivo. Nel giugno 2026, a Reggio Emilia, tre cronisti sono stati allontanati da un convegno di Unindustria e Leonardo mentre altri colleghi venivano ammessi. Episodi diversi, che ripropongono il problema di chi pretende di scegliere da chi farsi raccontare.
Anche in Italia l’atteggiamento di Trump ha scatenato indignazione. Stesso sentimento che, purtroppo non si vede mai, quando ad essere discriminato è, nel nostro Paese, un giornalista o una testata. Ci vuole poco per chi ha il potere di vietare l’accesso a luoghi e eventi per evitare domande scomode. È un modo per isolare e per intimidire. Ma Trump a parte, lui fa storia a sé, purtroppo, questa pessima usanza è diventata consuetudine anche da noi. Questa latitanza dall’opposizione, dall’indignazione è un rischio per tutti noi. L’adeguamento al lasciar fare al potente il miglior modo per dare ancora più potere a chi non ce l’ha. La delegittimazione dell’informazione professionale è il miglior modo per consegnare l’occidente ai regimi. Operazione in corso.
Anche in Italia l’atteggiamento di Trump ha scatenato indignazione. Un sentimento che, purtroppo, si manifesta con molta meno forza quando a essere discriminato è un giornalista o una testata del nostro Paese. Chi ha il potere di vietare l’accesso a luoghi ed eventi può usarlo per sottrarsi alle domande scomode. È un modo per isolare e per intimidire. E questa pessima usanza è diventata consuetudine anche da noi. L’assenza di reazioni, l’abitudine ad accettare queste esclusioni sono un rischio per tutti. Lasciar fare al potente significa dare ancora più potere a chi già ce l’ha. Delegittimare l’informazione professionale significa indebolire chi può metterne in discussione il racconto. È così che si prepara il terreno a una cultura autoritaria: rendendo normale che il controllato scelga il controllore. Operazione in corso.







