Chi finanzia i giornali? Il pluralismo alla prova del potere economico

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Fosca Bincher su Open ha pubblicato una notizia probabilmente sottovalutata, che merita una riflessione che va oltre le operazioni finanziarie di Leonardo Maria Del Vecchio. Secondo la ricostruzione, l’intero capitale di LMDV Media, la società attraverso cui l’imprenditore detiene partecipazioni nel Giornale e nel gruppo QN, è stato costituito in pegno a favore di Banco BPM a garanzia di un finanziamento fino a 50 milioni di euro, da rimborsare in un’unica soluzione dopo trentasei mesi. I diritti di voto resterebbero all’azionista, ma il contratto ne prevederebbe il trasferimento alla banca al verificarsi di un fatto pregiudizievole per il creditore.

Chiaramente si tratta di uno strumento finanziario di per sé lecito. Un imprenditore con rilevanti disponibilità patrimoniali chiede ad un istituto di credito la provvista per acquistare le quote di una società, ponendo a garanzia le partecipazioni societarie.

Il punto diventa, però, comprendere il rapporto tra banche e informazione e quanto queste operazioni possano, comunque, influenzare le linee editoriali dei giornali. Il pegno non dimostra, da solo, un’ingerenza della banca nelle scelte delle redazioni. Rende però necessario interrogarsi sulle garanzie di autonomia di un’informazione che dipende anche dalle decisioni dei suoi finanziatori.

In altri termini, al tema dell’editore puro si aggiunge quello del rapporto con il mondo finanziario. Che ha interessi molto importanti da tutelare, basti pensare alla rilevanza nel dibattito politico delle misure fiscali che richiedono un maggiore contributo proprio agli istituti di credito.

Chi conosce da dentro il settore dell’editoria sa bene come per le imprese editoriali l’accesso al credito bancario sia spesso molto difficile, soprattutto per chi non dispone di garanzie patrimoniali ulteriori rispetto all’attività editoriale stessa.

Se ci fosse una centrale rischi per settore l’editoria sarebbe sicuramente segnalata.

Per le imprese locali, talvolta, interviene in maniera molto discreta la banca del territorio. Ma si tratta spesso di credito concesso per superare momenti di transitoria difficoltà, più che per sostenere progetti di sviluppo.

Negli ultimi anni il settore dell’informazione a mezzo stampa, in deciso affanno, ha conosciuto numerosi passaggi di proprietà. Per citare solo alcune operazioni, il gruppo SAE, già presente nell’editoria locale, ha acquistato recentemente La Stampa.

Nello stesso periodo, Exor ha ceduto il gruppo GEDI, che comprende la Repubblica, a K Group, proprietaria di Antenna Group e riconducibile alla famiglia greca Kyriakou. Il Secolo XIX era già stato oggetto di un accordo di cessione a Blue Media, società del gruppo MSC della famiglia Aponte.

Oltre all’acquisto dell’80 per cento di Editoriale Nazionale dal gruppo Monrif della famiglia Riffeser, con le testate Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno e QN, Leonardo Maria Del Vecchio ha anche acquistato il 30 per cento della società editrice de Il Giornale.

E nel Nord Est una cordata di imprenditori e investitori del territorio, riunita in Nord Est Multimedia e promossa da Banca Finint, ha rilevato da GEDI, non da Caltagirone Editore, Il Mattino di Padova, La Tribuna di Treviso, La Nuova di Venezia e Mestre, Il Corriere delle Alpi, Il Messaggero Veneto e Il Piccolo.

Queste operazioni mostrano quanto l’editoria continui ad attrarre capitali industriali e finanziari, nonostante le difficoltà economiche del settore. Le motivazioni possono essere diverse, ma proprio questa distanza tra fragilità dei conti e interesse degli investitori merita attenzione.

Ma dall’altro lato decine di piccole testate devono combattere con un sistema economico e finanziario che tende sempre più ad emarginarle. Il problema riguarda due risorse decisive: gli investimenti pubblicitari, sotto il profilo economico, e l’accesso al credito, sotto quello finanziario. Quando chi possiede o finanzia i giornali è anche un importante inserzionista, oppure appartiene a reti imprenditoriali capaci di orientare tali risorse, il rischio di uno squilibrio competitivo diventa concreto.

Il mercato, da tanti richiamato e sempre auspicato, dovrebbe essere fluido, le opportunità dovrebbero essere le stesse per tutti, ma così, come si vede, non è.

Da un lato gruppi strutturati, sostenuti da patrimoni, relazioni e capacità di accesso al credito. Dall’altro piccole aziende in balia delle onde della crisi. La differenza non riguarda soltanto la forza economica delle imprese: può incidere sulla possibilità stessa di mantenere in vita voci autonome, soprattutto nei territori.

La trasparenza, sempre invocata, dovrebbe consentire di comprendere non soltanto chi possiede un giornale, ma anche quali rapporti finanziari possano incidere sulla sua gestione. Anche la trasparenza della pianificazione pubblicitaria deve diventare effettiva. L’articolo 25 dell’European Media Freedom Act prevede criteri trasparenti, oggettivi, proporzionati e non discriminatori per l’assegnazione della pubblicità da parte delle autorità e degli enti pubblici, compresi gli enti sotto controllo pubblico. Impone inoltre la pubblicazione annuale dei beneficiari e degli importi assegnati. Non basta una semplice partecipazione pubblica per ricondurre automaticamente qualsiasi società a questa disciplina: il riferimento è al controllo pubblico. Rendere queste informazioni facilmente accessibili e confrontabili permetterebbe di capire come vengono distribuite risorse che possono determinare la sopravvivenza di una testata.

Entrare nel merito delle cose è l’unico modo per comprendere le criticità di un settore che rischia di vedere concentrate in poche mani non soltanto le proprietà, ma anche le risorse necessarie a fare informazione. Il pluralismo si difende garantendo che possano esistere e svilupparsi anche giornali estranei ai grandi circuiti industriali e finanziari. Altrimenti la libertà di pubblicare resta formalmente intatta, mentre si restringe la possibilità economica di esercitarla.

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