Fino a poco tempo fa quando si parlava di intelligenza artificiale per il grande pubblico si parlava soprattutto di ChatGPT. Il meccanismo era semplice da capire anche per chi non aveva alcuna competenza tecnologica: si apriva una pagina, si faceva una domanda e una macchina rispondeva. Poi sono arrivati gli altri e nel giro di pochissimo tempo quella semplicità è scomparsa. Oggi abbiamo ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot, Grok, Perplexity, Meta AI, DeepSeek, Le Chat, Qwen e una quantità crescente di altri servizi che promettono più o meno le stesse cose, mentre intorno continuano a moltiplicarsi intelligenze artificiali specializzate nella creazione di immagini, video, musica, presentazioni, siti Internet, programmi, ricerche e documenti. Il risultato è abbastanza paradossale perché una tecnologia nata anche con la promessa di rendere più semplice il nostro rapporto con i computer sta iniziando a creare un nuovo problema: uno non ci capisce più nulla.
Ogni settimana sembra esserci una nuova intelligenza artificiale da provare, una nuova versione che dovrebbe superare quella precedente o un modello che secondo qualche classifica sarebbe improvvisamente diventato il migliore del mondo. Appena abbiamo imparato a utilizzare uno strumento ne arriva un altro che promette di ragionare meglio, poi un altro ancora che scrive meglio, quello che programma meglio, quello che cerca meglio su Internet, quello che crea immagini più realistiche e quello che dovrebbe essere migliore per lavorare sui documenti. E naturalmente quasi tutti cercano progressivamente di fare tutto. ChatGPT non è più semplicemente un chatbot, Gemini non è soltanto il sistema di Google, Claude non serve esclusivamente a scrivere e Copilot non è più soltanto un assistente dentro i programmi Microsoft. Le piattaforme stanno diventando ecosistemi nei quali si scrive, si cerca, si ragiona, si analizzano file, si producono immagini, si programma e sempre più spesso si affidano alla macchina vere e proprie attività da svolgere.
Per chi segue professionalmente il settore questa competizione può essere affascinante. Per una persona normale molto meno. Chi vuole semplicemente scrivere una lettera o preparare una relazione non dovrebbe prima essere costretto a chiedersi se sia meglio utilizzare ChatGPT o Claude. Chi vuole organizzare un viaggio non dovrebbe perdere tempo a confrontare Gemini e Perplexity. Chi vuole analizzare un documento non dovrebbe conoscere il nome del modello che in quel momento occupa il primo posto in qualche benchmark internazionale. E invece sta succedendo proprio questo. Prima di chiedere qualcosa all’intelligenza artificiale rischiamo di dover chiedere a Google quale intelligenza artificiale utilizzare per chiedere quella cosa all’intelligenza artificiale.
È quasi una contraddizione perfetta.
L’intelligenza artificiale generativa aveva conquistato milioni di persone proprio perché aveva eliminato una parte della complessità tradizionale dell’informatica. Non bisognava conoscere menu, comandi e procedure, bastava spiegare con parole normali quello che si voleva ottenere. Ora quella complessità sta rientrando dalla finestra sotto forma di modelli, modalità, agenti, abbonamenti e piattaforme. Non dobbiamo più imparare cento pulsanti, ma rischiamo di dover imparare quale AI è più adatta a ogni singolo lavoro.
E la confusione aumenta perché le differenze sono contemporaneamente reali e difficili da comprendere. ChatGPT può essere eccellente per un determinato lavoro e Claude può risultare migliore in un altro. Gemini possiede il vantaggio naturale dell’integrazione con l’universo Google, Copilot con quello Microsoft, Perplexity ha costruito gran parte della propria identità intorno alla ricerca delle informazioni e alle fonti, Meta AI sfrutta l’enorme ecosistema sociale di Meta e Grok è fortemente legato alla piattaforma X. DeepSeek e altri operatori asiatici hanno ulteriormente ampliato il mercato. Nessuno di questi sistemi è semplicemente identico agli altri, ma per la maggioranza degli utenti le sovrapposizioni sono enormi.
Se chiediamo a cinque di loro di scrivere una mail probabilmente tutti e cinque saranno capaci di farlo. Se chiediamo un riassunto, lo faranno tutti. Se chiediamo di spiegare un concetto, ancora una volta avremo cinque risposte. A quel punto nasce un altro problema: quale dobbiamo credere?
È diventato abbastanza comune vedere persone che fanno la stessa domanda a ChatGPT, Gemini e Claude per confrontare le risposte. È certamente un metodo interessante quando la questione è importante, ma mostra anche l’assurdità alla quale rischiamo di arrivare. Abbiamo costruito l’intelligenza artificiale per evitare di svolgere personalmente una parte del lavoro e poi interroghiamo tre intelligenze artificiali diverse per ritrovarci a dover svolgere personalmente il lavoro di capire quale delle tre abbia risposto meglio.
E se le risposte sono diverse il problema aumenta. Chi conosce già l’argomento può riconoscere più facilmente un errore, ma chi si rivolge all’AI proprio perché non conosce la materia come fa a stabilire chi abbia ragione? Può cercare le fonti, naturalmente, ma a quel punto una parte del vantaggio promesso dall’assistente scompare. Oppure può chiedere a una quarta AI quale delle prime tre abbia ragione, entrando in una specie di girone digitale dal quale diventa difficile uscire.
La competizione tra le aziende è comunque positiva perché senza questa corsa probabilmente non avremmo assistito a un miglioramento così rapido. OpenAI spinge Google, Google spinge OpenAI, Anthropic costringe entrambi a migliorare, Microsoft deve continuare a innovare, Meta non vuole rimanere indietro e nuovi concorrenti possono mettere sotto pressione i giganti. È il mercato e funziona anche così. Il problema nasce quando la competizione industriale viene scaricata interamente sull’utente, che si trova davanti una quantità di scelta superiore a quella che realmente desidera.
Non sempre infatti avere cinquanta possibilità significa essere più liberi. A volte significa semplicemente essere più confusi.
Lo abbiamo già visto con lo streaming. All’inizio Netflix sembrava la soluzione definitiva alla televisione tradizionale. Poi sono arrivati Prime Video, Disney+, Apple TV, Paramount+ e molte altre piattaforme e oggi capita di voler vedere un film senza sapere dove sia disponibile. A quel punto bisogna cercarlo, scoprire su quale servizio si trova e magari sottoscrivere un altro abbonamento. Abbiamo sostituito la scarsità di scelta con la frammentazione della scelta.
L’intelligenza artificiale rischia di seguire la stessa strada ma a una velocità impressionante. Un abbonamento a un servizio generalista, un altro per un modello particolarmente utile nel lavoro, uno per generare immagini, uno per creare video e magari un altro incluso nel pacchetto aziendale. Presi singolarmente possono sembrare costi relativamente piccoli, ma sommati rischiano di creare una nuova bolletta digitale. E a differenza dello streaming non stiamo parlando soltanto di intrattenimento perché l’AI sta entrando nella posta elettronica, nei documenti, nelle fotografie, nel calendario, nei messaggi e progressivamente in una parte enorme della nostra vita personale e professionale.
Qui la confusione smette di essere soltanto fastidiosa e diventa anche un problema di privacy. Se oggi provo dieci sistemi differenti potrei finire per consegnare informazioni a dieci aziende differenti senza neppure ricordare più che cosa ho caricato e dove. A ChatGPT potrei affidare un documento, a Gemini una mail, a Claude una relazione, a un generatore di immagini alcune fotografie e a un altro servizio dati professionali. Ognuna di queste aziende può avere impostazioni, condizioni e sistemi di conservazione differenti e più aumenta il numero delle piattaforme più diventa difficile mantenere il controllo.
Il problema crescerà ancora con gli agenti artificiali. Stiamo infatti passando da intelligenze artificiali alle quali raccontiamo qualcosa a sistemi ai quali concediamo l’accesso agli strumenti che utilizziamo. Per essere veramente utile un assistente potrebbe voler consultare la nostra posta, leggere il calendario, cercare nei documenti, utilizzare applicazioni e magari inviare comunicazioni al nostro posto. A quel punto scegliere tra ChatGPT, Gemini, Claude o Copilot non sarà più semplicemente decidere quale chatbot scrive meglio una frase. Significherà decidere a quale azienda vogliamo affidare una parte della nostra vita digitale.
Ed è difficile immaginare che una persona normale possa farlo contemporaneamente con dieci assistenti diversi.
Probabilmente il mercato prima o poi arriverà proprio qui. Continueranno a esistere moltissimi modelli e moltissime aziende, ma l’utente potrebbe smettere progressivamente di vederli. È possibile che dietro un singolo assistente lavorino modelli differenti e che sia il sistema stesso a decidere quale utilizzare in base a ciò che gli chiediamo. Se voglio creare una fotografia non dovrebbe interessarmi il nome tecnico del modello che la produce. Se voglio analizzare un foglio di calcolo non dovrei prima consultare una classifica. Se devo fare una ricerca approfondita non dovrei scegliere manualmente tra cinque motori. Dovrei semplicemente dire quello che voglio e lasciare alla macchina il compito di capire come farlo.
In fondo è così che funziona quasi tutta la tecnologia quando diventa veramente matura. Quando utilizziamo un’automobile non scegliamo quale centralina elettronica deve intervenire in una curva. Quando facciamo una fotografia con lo smartphone non decidiamo manualmente quale algoritmo debba correggere ogni singolo pixel. Quando cerchiamo qualcosa su Internet non selezioniamo uno per uno i server che devono rispondere. La tecnologia diventa davvero popolare quando la sua complessità scompare dietro un’interfaccia semplice.
Con l’intelligenza artificiale siamo ancora nella fase opposta. La complessità ci viene mostrata continuamente. Nuovo modello, nuova versione, nuova modalità, nuovo agente, nuovo pulsante, nuova funzione e soprattutto un nuovo annuncio secondo il quale tutto quello che utilizzavamo fino a ieri sarebbe improvvisamente diventato vecchio.
Questo crea anche una specie di ansia tecnologica. Si ha continuamente la sensazione di utilizzare lo strumento sbagliato. Se stiamo lavorando con ChatGPT leggiamo che Claude sarebbe migliore. Passiamo a Claude e scopriamo che Gemini ha appena ricevuto una nuova funzione. Proviamo Gemini e nel frattempo esce un nuovo modello di OpenAI. Poi qualcuno pubblica una classifica secondo la quale un modello cinese avrebbe superato tutti. Dopo una settimana la classifica cambia di nuovo.
Ma una persona deve lavorare, non partecipare ogni giorno al campionato mondiale dei chatbot.
Forse è proprio questo il punto che l’industria rischia di dimenticare. La maggior parte delle persone non vuole l’intelligenza artificiale più potente del mondo. Vuole un’intelligenza artificiale sufficientemente buona, affidabile, semplice e capace di fare ciò che serve senza costringerla a studiare continuamente come funziona.
Un commercialista non vuole diventare esperto di modelli linguistici per utilizzare l’AI nel proprio studio. Un giornalista non dovrebbe conoscere decine di benchmark per farsi aiutare nell’analisi di un documento. Un commerciante non vuole passare la sera a confrontare chatbot per capire quale possa scrivere meglio una comunicazione ai clienti. E un pensionato che vuole spiegata una lettera dell’amministrazione pubblica dovrebbe poter semplicemente fotografarla e fare una domanda.
La tecnologia dovrebbe scomparire dietro il risultato.
Questo non significa che tutti i sistemi debbano diventare uguali. La concorrenza deve continuare e probabilmente esisteranno sempre strumenti specializzati migliori in determinati settori. Chi programma professionalmente avrà esigenze diverse da chi produce video, chi fa ricerca scientifica avrà necessità differenti da chi utilizza l’AI per organizzare una vacanza. Ma per il grande pubblico sarebbe probabilmente molto più sano avere un assistente principale e ricorrere ad altri strumenti soltanto quando esiste un motivo concreto per farlo.
Non serve avere sette intelligenze artificiali aperte contemporaneamente.
Anzi, forse la vera rivoluzione arriverà quando smetteremo di domandarci se stiamo utilizzando ChatGPT, Gemini, Claude o qualcos’altro.
Potrebbe essere l’assistente stesso a scegliere automaticamente gli strumenti necessari. Noi diremo “preparami questo documento”, “controlla questi dati”, “creami questa immagine”, “cerca questa informazione” oppure “organizzami questo viaggio” e dietro quella richiesta potranno lavorare tecnologie differenti senza obbligarci a conoscerne il nome.
Perché oggi stiamo vivendo una fase abbastanza assurda. Abbiamo macchine sempre più intelligenti ma per utilizzarle siamo costretti a prendere un numero crescente di decisioni. Abbiamo sistemi progettati per semplificare il lavoro ma dobbiamo confrontarli continuamente. Abbiamo assistenti che dovrebbero aiutarci a scegliere e non sappiamo quale assistente scegliere.
E soprattutto rischiamo di confondere l’innovazione con la quantità.
Non abbiamo necessariamente bisogno di cento nuove intelligenze artificiali. Abbiamo bisogno che quelle esistenti diventino più affidabili, più trasparenti, più semplici da utilizzare e più chiare nella gestione dei nostri dati. Abbiamo bisogno di sapere quando una risposta è certa e quando non lo è, da dove arrivano le informazioni, che cosa succede ai documenti che carichiamo e quali autorizzazioni stiamo concedendo.
La vera competizione dei prossimi anni potrebbe quindi non essere soltanto quella per costruire il modello con il punteggio più alto nei test. Potrebbe essere quella per conquistare la fiducia dell’utente e diventare l’unica intelligenza artificiale che una persona sente realmente il bisogno di aprire ogni giorno.
Quando arriveremo a quel punto molte delle decine di nomi che oggi leggiamo continuamente potrebbero scomparire dalla nostra vista pur continuando a esistere dietro le quinte. Sarà il normale processo attraverso il quale una tecnologia smette di essere una novità e diventa un’infrastruttura.
Fino ad allora continueremo probabilmente a vivere questa strana fase nella quale ogni settimana qualcuno annuncia l’AI definitiva e la settimana successiva ne arriva un’altra ancora più definitiva.
ChatGPT, Gemini, Claude, Copilot, Grok, Perplexity, Meta AI, DeepSeek e chissà quante altre ne arriveranno. La concorrenza è utile, l’innovazione è straordinaria e le possibilità offerte da questi strumenti erano difficili persino da immaginare pochi anni fa. Ma forse è arrivato il momento che le aziende inizino a competere anche su qualcosa di molto meno spettacolare e molto più importante: la semplicità.
Perché se per utilizzare l’intelligenza artificiale dobbiamo prima seguire un corso per capire quale intelligenza artificiale utilizzare, qualcosa non sta funzionando come dovrebbe.
E forse la migliore AI del futuro non sarà quella che ci mostrerà di avere cento funzioni in più delle altre. Sarà quella capace di fare tutto quello che ci serve senza costringerci ogni volta a pensare all’AI che c’è dietro.
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