Google sta introducendo nuovi strumenti per consentire agli utenti di scegliere con maggiore precisione le fonti e gli argomenti che desiderano seguire. Le novità riguardano Google Search, Discover, Google News, AI Overviews e AI Mode e possono avere conseguenze importanti per gli editori.
Al di là degli annunci di Google, la domanda che interessa una testata è molto semplice: cosa bisogna fare concretamente per sfruttare queste nuove opportunità?
La prima indicazione è altrettanto semplice: gli editori non devono limitarsi ad aspettare che Google indicizzi correttamente i loro contenuti. Diventa sempre più importante convincere i propri lettori a identificare esplicitamente la testata come una delle fonti che desiderano seguire.
La novità più interessante è “Preferred Sources”, la funzione attraverso la quale un utente può indicare a Google le testate che preferisce.
Una volta effettuata la scelta, Google può dare maggiore evidenza ai contenuti provenienti da quelle fonti nelle sezioni nelle quali la funzione è utilizzata.
Per un editore cambia quindi la prospettiva. Non è più sufficiente cercare di ottenere un buon posizionamento attraverso la SEO: diventa utile convincere il lettore a manifestare direttamente a Google la propria preferenza per la testata.
Google mette a disposizione degli editori strumenti per facilitare questa operazione direttamente dal proprio sito.
Il primo intervento da valutare è quindi l’inserimento negli articoli o nelle pagine della testata di un richiamo che consenta al lettore di aggiungere il sito alle proprie fonti preferite.
Dal punto di vista editoriale, “Preferred Sources” può essere trattato in maniera simile agli altri strumenti utilizzati per fidelizzare il pubblico.
Una testata invita già normalmente il lettore a iscriversi alla newsletter, seguirla sui social network o attivare le notifiche.
A questi strumenti può essere aggiunto l’invito a scegliere il giornale come fonte preferita su Google.
Il messaggio dovrebbe essere semplice: “Segui [nome della testata] su Google” oppure “Aggiungi [nome della testata] alle tue fonti preferite”.
L’invito può essere collocato alla fine degli articoli, nelle pagine dedicate agli abbonamenti o alle newsletter e, eventualmente, attraverso campagne rivolte ai lettori abituali.
Sono proprio questi ultimi gli utenti che hanno maggiore interesse a indicare espressamente la testata tra le proprie fonti.
È importante comprendere che non siamo semplicemente davanti a un’altra tecnica per migliorare il posizionamento degli articoli.
La differenza è sostanziale.
Nella SEO tradizionale l’editore cerca di convincere l’algoritmo della rilevanza del proprio contenuto. Con Preferred Sources cerca invece di convincere il lettore a dire a Google che quella testata è per lui particolarmente rilevante.
Si passa quindi, almeno parzialmente, dall’ottimizzazione del contenuto alla fidelizzazione della fonte.
Per le testate che dispongono di una comunità stabile di lettori potrebbe essere un’opportunità particolarmente interessante.
Le nuove funzioni non sostituiscono però il lavoro che gli editori devono già svolgere per rendere correttamente riconoscibili i propri contenuti a Google.
Rimangono quindi importanti la corretta indicizzazione degli articoli, i dati strutturati, le informazioni sull’autore e sulla testata, la qualità delle immagini, i titoli e, più complessivamente, tutti gli elementi che consentono al motore di ricerca di identificare correttamente contenuto e fonte.
Questo diventa ancora più importante con l’intelligenza artificiale.
Se Google utilizza un articolo all’interno di AI Overviews o AI Mode, per l’editore diventa essenziale che la provenienza dell’informazione sia chiaramente riconoscibile e che il collegamento alla fonte possa trasformarsi in traffico verso il sito.
Un secondo intervento riguarda Discover.
Google consentirà agli utenti di indicare, anche attraverso il linguaggio naturale, quali argomenti e contenuti desiderano vedere più o meno frequentemente.
In questo caso l’editore non deve installare necessariamente qualcosa sul proprio sito. Può però informare i propri lettori della possibilità di personalizzare Discover e di manifestare interesse verso i contenuti della testata.
Anche qui emerge un cambiamento significativo: il traffico proveniente dalle piattaforme può dipendere sempre più dalle preferenze espresse direttamente dagli utenti e non esclusivamente dalle decisioni dell’algoritmo.
C’è però una precauzione fondamentale.
Essere scelti come fonte preferita su Google è utile, ma non equivale ad avere acquisito direttamente un lettore.
Il rapporto continua a essere mediato dalla piattaforma.
Per questo motivo gli editori dovrebbero utilizzare Preferred Sources insieme, e non in sostituzione, degli strumenti attraverso i quali costruiscono una relazione autonoma con il proprio pubblico: newsletter, abbonamenti, registrazioni al sito, applicazioni e notifiche.
Un lettore iscritto alla newsletter appartiene alla comunità della testata. Un lettore che indica il giornale come fonte preferita continua invece a incontrarlo all’interno di un ambiente controllato da Google.
Per gli editori si può quindi delineare una prima strategia operativa.
Verificare innanzitutto la disponibilità di Preferred Sources per il proprio mercato e le modalità attraverso le quali Google consente di integrare la funzione nel sito.
Quando disponibile, inserire il relativo richiamo nelle pagine della testata e soprattutto negli articoli.
Successivamente occorre spiegare ai lettori perché può essere utile indicare il giornale tra le proprie fonti preferite, utilizzando sito, newsletter e profili social.
Parallelamente bisogna continuare a curare tutti gli elementi che consentono a Google di riconoscere chiaramente la testata, gli autori e i singoli contenuti.
Infine, sarà necessario controllare i dati.
Se Google vuole trasformare Preferred Sources in uno strumento realmente utile agli editori, sarà fondamentale capire se gli utenti che scelgono una testata come fonte preferita producano effettivamente maggiore visibilità e, soprattutto, maggiore traffico verso il sito.
La novità interessante, insomma, non consiste soltanto in un altro pulsante messo a disposizione da Google.
Per la prima volta diventa ancora più esplicita una strategia che gli editori dovrebbero perseguire da tempo: non cercare soltanto di far indicizzare un articolo, ma convincere il lettore a scegliere la testata che lo ha prodotto.
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