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Stampa libera solo in 63 Paesi al mondo: il rapporto di Freedom House

Allarme dell’Ong Freedom House, troppe pressioni sui giornalisti nel mondo: è il dato peggiore sulla libertà di stampa da dieci anni a questa parte

La mappa della libertà di stampa nel mondo secondo Freedom house: in verde i paesi in cui i giornalisti sono “liberi”, in giallo quelli “parzialmente liberi” e in viola quelli “non liberi”

I giornalisti nel mondo si trovano sempre più spesso a dover far fronte a pressioni e restrizioni da parte di governi, attivisti, criminalità ed editori con interessi politici ed economici. A rivelarlo è il rapporto Freedom of the Press 2015 (clicca qui) lanciato dall’Ong Freedom House e ripreso dal sito dell’Ucsi (clicca qui). Il rapporto evidenzia, anche grazie all’aiuto di una mappa, le crescenti pressioni a carico dei giornalisti nel mondo e mostra come criminalità, istituzioni e perfino gli editori stessi cerchino di mettere paletti nel lavoro giornalistico. La coordinatrice del rapporto, Jennifer Dunham, spiega, infatti come i governi hanno sfruttato le leggi per la sicurezza e per la lotta al terrorismo come pretesto per mettere a tacere tutte le voci critiche, mentre i gruppi di pressione e le gang criminali impiegano tattiche sempre più meschine per intimidazioni ai danni di giornalisti e i proprietari dei media tentano di manipolare il contenuto delle informazioni per i loro fini politici o economici.

Sono 199 i Paesi presi in considerazione dal rapporto, di questi solo 63 sono ritenuti liberi sul piano dell’informazione. I giornalisti sono “parzialmente liberi” in 71 Stati, “non liberi” in 65. Da questi dati emerge che ben il 44% della popolazione mondiale vive in un contesto di stampa non libera, il 42% con stampa parzialmente libera. Solo il 14% degli abitanti del pianeta gode di unsa situazione in cui i giornalisti sono liberi.
Netto peggioramento negli Stati Uniti, dove la situazione ha risentito degli arresti e dei maltrattamenti inflitti ai giornalisti dalla polizia durante le manifestazioni a Ferguson, in Missouri, per protestare contro l’uccisione di Michael Brown, un ragazzo nero di 18 anni, da parte di un poliziotto.
In Europa il contesto è generalmente positivo, tuttavia l’Italia a causa dei conflitti di interesse rilevati in diversi gruppi editoriali viene bollata come Paese libero solo parzialmente, motivo per cui occupa il 65° posto della speciale classifica.

Certo, risalta la contraddizione di un Paese democratico che ha poca cura della libertà di informazione e difficilmente entro il 2015 le cose potranno cambiare, almeno di quel tanto che servirebbe a “colorare di verde” anche lo Stivale sulla mappa di Freedom House. Tuttavia l’Italia deve mettersi al passo del resto d’Europa. Come? Una prima idea, come appare anche in un articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano (clicca qui), è quella di approvare subito un Freedom of information act, chiudere la parodia del disegno di legge sulla diffamazione, depenalizzando per davvero la diffamazione. Solo così, eliminando il “bavaglio” cui sono sottoposti tantissimi giornalisti in Italia (anche e forse soprattutto online), potremo tornare ad essere un Paese dove i diritti democratici vengano considerati sacri. Sempre ammesso che lo si voglia per davvero.

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