Smart glasses, l’Australia corre ai ripari: stop alle riprese senza consenso nelle piscine e stretta sulla privacy

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Gli smart glasses stanno rapidamente smettendo di essere un oggetto per appassionati di tecnologia e proprio mentre diventano più piccoli, economici e apparentemente normali comincia a emergere il problema che potrebbe accompagnarne la diffusione nei prossimi anni: la privacy non di chi li indossa, ma di tutte le persone che si trovano davanti alle loro telecamere. In Australia il dibattito ha ormai superato la fase delle semplici preoccupazioni. A Brisbane il Comune ha deciso di intervenire direttamente nelle piscine pubbliche, mentre a livello federale si discute di nuove regole sulla privacy e l’eSafety Commissioner chiede ai produttori di modificare la progettazione stessa degli occhiali, arrivando a proporre sistemi capaci di sfocare automaticamente i volti delle persone che non hanno dato il consenso a essere riprese.

Il caso delle piscine di Brisbane è particolarmente significativo perché mostra cosa potrebbe succedere molto presto anche in altri luoghi pubblici. Il Brisbane City Council ha deciso di rafforzare le condizioni di ingresso in tutte le 21 piscine pubbliche comunali vietando fotografie e registrazioni non consensuali effettuate non soltanto attraverso gli smart glasses, ma con qualsiasi dispositivo dotato di telecamera, compresi smartphone e action cam. Non significa che chi possiede un paio di occhiali intelligenti debba lasciarli necessariamente a casa: potrà portarli con sé, ma non potrà utilizzarli per fotografare o registrare altre persone senza autorizzazione. La differenza è sostanziale perché il provvedimento non mette sotto accusa una tecnologia specifica, ma il comportamento che quella tecnologia rende estremamente semplice e soprattutto difficile da riconoscere. Particolare attenzione viene riservata agli spogliatoi e alle altre aree nelle quali adulti e bambini hanno una legittima aspettativa di maggiore riservatezza. Le strutture saranno dotate di nuova segnaletica e il personale avrà una base più chiara per intervenire contro chi effettua riprese senza permesso, fino all’allontanamento dalla piscina.

La decisione è arrivata mentre in Australia cresce rapidamente la disponibilità di smart glasses molto meno costosi rispetto ai primi modelli. Il sindaco di Brisbane Adrian Schrinner ha spiegato che tra gli utenti delle piscine stavano aumentando le preoccupazioni per la possibilità di essere registrati di nascosto e ha richiamato esplicitamente anche la necessità di proteggere i bambini. La diffusione di modelli economici rende infatti il fenomeno completamente diverso rispetto a pochi anni fa. Quando un dispositivo costa diverse centinaia di euro o dollari rimane relativamente di nicchia; quando prodotti con telecamera incorporata cominciano ad avvicinarsi alla fascia dei cento dollari, la possibilità che vengano utilizzati quotidianamente cresce enormemente. E una piscina è probabilmente uno dei luoghi nei quali questa trasformazione rende più evidente il problema: persone in costume, famiglie, bambini, spogliatoi e contemporaneamente dispositivi che possono apparire come normalissimi occhiali ma nascondere una telecamera.

C’è inoltre un particolare giuridico che rende il caso australiano ancora più interessante. Nel Queensland fotografare o filmare una persona che si trova in un’area pubblica può essere legale anche senza che questa ne sia a conoscenza o abbia espresso il proprio consenso. Il Comune di Brisbane ha quindi scelto di intervenire utilizzando un’altra strada: le condizioni di accesso alle strutture che gestisce. In sostanza, anche quando una determinata registrazione non costituisce automaticamente un illecito secondo la legislazione generale, chi entra in una piscina comunale deve rispettare le regole stabilite dal gestore. È proprio attraverso queste condizioni che i bagnini e il personale potranno intervenire contro chi registra altri utenti senza autorizzazione. Potrebbe diventare un modello facilmente replicabile da piscine, palestre, negozi, centri commerciali e altre strutture nelle quali aspettare una riforma legislativa nazionale richiederebbe molto più tempo.

Non a caso il governo australiano ha immediatamente allargato il ragionamento. L’Attorney-General Michelle Rowland ha dichiarato di voler vedere altri enti locali interrogarsi sugli spazi pubblici di propria competenza nei quali misure simili potrebbero essere appropriate. Ha citato, per esempio, i centri per l’infanzia gestiti dai Comuni. E il ragionamento potrebbe estendersi anche al settore privato: un negozio con camerini, una palestra o qualsiasi attività può stabilire proprie condizioni di ingresso e decidere come devono essere utilizzati i dispositivi capaci di registrare immagini. Il governo federale, almeno per il momento, non intende invece introdurre un divieto generale di importazione degli smart glasses, nonostante una proposta politica in questa direzione preveda uno stop temporaneo di dodici mesi per i dispositivi indossabili dotati di telecamera.

È un equilibrio tutt’altro che semplice. Vietare indiscriminatamente gli occhiali intelligenti significherebbe infatti colpire anche utilizzi perfettamente legittimi e in alcuni casi estremamente importanti. Per una persona con problemi alla vista un sistema capace di descrivere ciò che si trova davanti agli occhi può rappresentare uno strumento di autonomia; per una persona sorda, la trascrizione in tempo reale di una conversazione può cambiare concretamente la vita quotidiana. Le autorità australiane riconoscono questi benefici e proprio per questo la discussione sta progressivamente spostandosi dalla domanda “dobbiamo vietare gli smart glasses?” a una questione molto più complessa: “come dobbiamo impedire che vengano utilizzati per sorvegliare o registrare altre persone di nascosto?”.

Ed è qui che entra in gioco l’eSafety Commissioner australiano. L’autorità ha messo in evidenza come gli smart glasses possano essere utilizzati per effettuare registrazioni occulte e ha richiamato casi già avvenuti, tra cui quello di una donna di Sydney ripresa nel 2025 attraverso occhiali intelligenti e successivamente pubblicata sui social senza che ne fosse a conoscenza. Viene ricordato anche un episodio particolarmente delicato riguardante l’utilizzo di occhiali AR durante un trattamento estetico intimo. Per l’autorità questi esempi dimostrano come la questione non possa essere affidata esclusivamente al buon comportamento di chi acquista il dispositivo. I piccoli LED che segnalano una registrazione possono essere difficili da vedere e sono stati documentati tentativi di coprirli o disabilitarli.

Da qui una proposta che potrebbe cambiare profondamente il modo nel quale vengono progettati questi prodotti. Secondo le indicazioni presentate dall’eSafety Commissioner, i produttori dovrebbero valutare sistemi capaci di sfocare automaticamente i volti delle persone che non abbiano espresso un consenso informato, utilizzare indicatori visivi chiari e inequivocabili quando vengono registrati audio o video e introdurre maggiori protezioni contro gli utilizzi abusivi. L’autorità ha inoltre suggerito di considerare un ritardo nelle trasmissioni in diretta, così da ridurre alcuni dei rischi legati alla possibilità di mostrare immediatamente online ciò che la persona sta guardando.

La sfocatura automatica dei volti rappresenterebbe soprattutto un cambiamento culturale. Fino a oggi abbiamo considerato normale che una telecamera registri tutto ciò che si trova davanti all’obiettivo e che sia successivamente il proprietario del dispositivo a decidere cosa fare delle immagini. Applicare agli smart glasses un principio di privacy by design significherebbe invece capovolgere il ragionamento: non tutto ciò che una telecamera è tecnicamente in grado di vedere dovrebbe essere automaticamente disponibile per essere conservato, analizzato o condiviso.

La questione diventa ancora più delicata perché gli smart glasses non sono semplicemente piccole videocamere. Collegati all’intelligenza artificiale possono interpretare quello che vedono. Possono leggere testi, riconoscere oggetti, tradurre indicazioni, descrivere un ambiente e fornire informazioni in tempo reale. La differenza rispetto allo smartphone è quindi destinata ad aumentare. Una telecamera tradizionale registra un’immagine; un dispositivo indossabile collegato a un modello AI può trasformare quell’immagine immediatamente in informazione.

Ed è proprio questa capacità a rendere sempre meno sufficiente il paragone con il telefono. Da anni praticamente chiunque porta in tasca una fotocamera capace di registrare immagini ad altissima qualità, ma quando una persona prende lo smartphone, lo solleva e lo punta verso qualcuno esiste generalmente un gesto visibile. Con gli smart glasses quel gesto scompare. Chi li indossa può guardare normalmente una persona e contemporaneamente fotografarla, registrarla o, in prospettiva, chiedere a un’intelligenza artificiale di analizzare quello che sta vedendo. La telecamera non viene più estratta dalla tasca quando serve: rimane permanentemente davanti agli occhi.

Anche per questo il problema non riguarda soltanto la registrazione, ma la sua riconoscibilità. I produttori hanno introdotto indicatori luminosi per segnalare quando la fotocamera è in funzione e alcuni sistemi cercano di impedire che la luce venga coperta, ma resta una domanda molto semplice: quante persone, vedendo un piccolo LED acceso sulla montatura degli occhiali di uno sconosciuto, sanno realmente che in quel momento potrebbero essere registrate? Con lo smartphone abbiamo sviluppato negli anni un linguaggio sociale facilmente comprensibile. Se qualcuno ci punta contro un telefono possiamo immaginare che stia facendo una foto. Quel linguaggio non esiste ancora per gli occhiali.

Le piscine di Brisbane rappresentano per questo una sorta di laboratorio anticipato del problema che potrebbe presto presentarsi ovunque. Oggi sono le piscine, domani potrebbero essere palestre, spogliatoi, scuole, ospedali, cinema, uffici, negozi con camerini o locali privati. La stessa Attorney-General australiana ha invitato Comuni e imprese a ragionare sugli spazi nei quali possono stabilire condizioni di accesso più severe e ha indicato anche i centri per l’infanzia come un settore nel quale il tema deve essere affrontato. Per i servizi di childcare australiani, peraltro, il divieto sui dispositivi personali capaci di acquisire, conservare o trasmettere immagini comprende già anche questa categoria di tecnologie indossabili.

Nel frattempo la questione è arrivata direttamente al governo federale. Il 31 agosto l’Australia ha presentato una nuova fase della riforma del Privacy Act, esplicitamente pensata anche per affrontare i rischi creati dall’intelligenza artificiale e dalle tecnologie emergenti. Rowland ha riconosciuto le “serie preoccupazioni” legate agli smart glasses e ha chiarito che Canberra non considera il problema risolto, pur non scegliendo per ora la strada del blocco delle importazioni. La strategia sembra piuttosto quella di costruire regole tecnologicamente neutrali capaci di applicarsi anche ai dispositivi che arriveranno dopo gli occhiali intelligenti di oggi.

Ed è forse questo l’aspetto più importante. I Ray-Ban Meta, gli Anko e gli altri smart glasses di questa generazione potrebbero essere soltanto l’inizio. Fra qualche anno telecamere, microfoni e assistenti AI potrebbero essere integrati in dispositivi ancora più piccoli e difficili da distinguere dagli oggetti tradizionali. Scrivere una legge esclusivamente attorno al prodotto oggi più famoso rischierebbe quindi di renderla vecchia prima ancora della sua entrata in vigore.

L’Australia sta provando a intervenire mentre la tecnologia è ancora nella fase iniziale della diffusione di massa. Brisbane ha scelto la strada più immediata: nelle sue piscine nessuno deve essere fotografato o filmato senza consenso, indipendentemente dal fatto che la telecamera sia dentro un telefono, una action cam o una montatura da vista. Il governo federale sta invece cercando di aggiornare le regole generali sulla privacy e contemporaneamente lascia a Comuni e imprese la possibilità di introdurre restrizioni nei luoghi che gestiscono. L’eSafety Commissioner chiede infine che una parte della soluzione venga costruita direttamente dentro i dispositivi.

Tre livelli diversi per affrontare lo stesso problema: regole nei luoghi fisici, legislazione sulla privacy e sicurezza incorporata nella tecnologia.

Perché il vero conflitto aperto dagli smart glasses non è tra chi ama la tecnologia e chi vorrebbe vietarla. È tra due libertà entrambe legittime: quella di utilizzare un dispositivo capace di aumentare ciò che vediamo e quella di poter entrare in una piscina, camminare per strada, accompagnare un bambino o parlare con qualcuno senza doverci domandare continuamente se gli occhiali della persona davanti a noi stiano registrando.

Con lo smartphone abbiamo messo una telecamera nelle tasche di miliardi di persone. Con gli smart glasses la stiamo mettendo direttamente davanti ai loro occhi. L’Australia sta cominciando a chiedersi se, prima che questo diventi normale, non sia arrivato il momento di stabilire dove quegli occhi elettronici debbano essere costretti a chiudersi.

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