Si chiamava Helber Lopez Vasquez, è il sesto giornalista che ha perso la vita in Messico dall’inizio dell’anno. Nemmeno sono passati due mesi e già il sangue dei cronisti impregna le pagine dei giornali del Paese del Centro America. L’ultimo omicidio, in ordine di tempo, è avvenuto nella notte tra il 10 e l’11 febbraio scorso. Lopez Vasquez è stato ammazzato a colpi di arma da fuoco nell’area di Espinal a Salina Cruz, nello Stato dell’Oaxaca mentre era nel suo studio di registrazione.
Lopez Vasquez sarebbe stato da temo nel mirino. Si occupava, come tanti altri suoi colleghi, dei rapporti tra la criminalità e i colletti bianchi. Si era dedicato a lottare contro la corruzione da parte dei funzionari locali. E come altri prima di lui ha pagato in prima persona il prezzo del suo coraggio civile e professionale. Due persone, riportano i media messicani, sono state arrestate con l’accusa di essere le responsabili dell’omicidio del giornalista. L’inchiesta intanto prosegue. Ma ogni giornalista del Messico è in pericolo. E i cronisti messicani non ne possono più.
I dati sono impietosi. I numeri restituiscono un quadro che definire allarmante sembra ancora riduttivo. Dall’inizio dell’anno sono state sei le persone, tra giornalisti, fotografi e reporter, che hanno pagato con la vita il loro lavoro. Si tratta di Lourdes Maldonado e Margarito Martinez Esquivel, uccisi a Tijuana. Poi il giornalista Marco Ernesto Isla, José Luis Gamboa di Veracruz e Roberto Toledo a Zitacuaro. Se però si prendessero in considerazione gli eventi su un termine temporale più lungo, il bilancio sarebbe ancora peggiore.
Difatti, secondo il Cpj, comitato per la protezione dei giornalisti messicano, in trent’anni sono stati ammazzati ben 140 giornalisti in tutto il Messico. Una mattanza.
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