Schettino: “Il giornalismo paga l’appiattimento social”

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Raffaele Schettino

L’estate non può essere (solo) il tempo delle vacanze. Occorre riflettere e ripartire. Alle porte c’è l’autunno. E si preannuncia l’ennesima stagione “calda”. Il giornalismo deve immaginare nuove strade e alternative per resistere. La missione di informare non può tracimare in mero intrattenimento: un diritto costituzionalmente garantito ai cittadini non può essere lasciato al clickbaiting o alla sagra tv dei talk. Continua, dunque, il nostro “giro” tra i direttori dei quotidiani, piccoli e grandi, che vivono in prima linea il “mestiere”, iniziato con Claudio Verretto. Con Raffaele Schettino, direttore di Metropolis, coriaceo e orgoglioso quotidiano a sud di Napoli, abbiamo tracciato gli itinerari futuri della professione e del giornalismo stesso.

Secondo l’Agcom la crisi della carta stampata appare irreversibile. Al punto che i quotidiani non avrebbero granché risentito dalla pur “accresciuta domanda di informazione”. Sulla base della sua esperienza, condivide l’analisi pubblicata dall’autorità?

I numeri sono numeri. Il calo dei lettori è una tendenza preoccupante sulla quale si discute poco e male da anni. E’ un grave errore pensare che la crisi riguardi solo la carta stampata, significherebbe dare una visione distorta del problema. Qui sono a rischio il giornalismo e l’informazione in generale. E’ un discorso complesso nel quale rientrano criticità strutturali, tendenze pericolose, e persino strategie scellerate che, consapevolmente o meno, tentano di demolire i canali tradizionali a beneficio di altri che non potranno mai essere alternativi.

Intanto, la vera emergenza è legata alla crescente disabitudine alla lettura, qualcosa che ha un pericoloso risvolto sociale prima ancora che economico. La social-dipendenza è una pialla che spazza via curiosità e interesse, ormai si guarda tutto e si approfondisce poco. E’ diventato faticoso persino leggere un testo di 70 righe perché la soglia di attenzione s’è ridotta a pochi secondi. Diciamo il tempo di lettura di un post. Il punto è che la domanda influenza l’offerta, e di conseguenza si va verso un’informazione sempre più massificata e superficiale, piena zeppa di veline e copia-e-incolla. C’è un continuo livellamento verso il basso e un inevitabile impoverimento del giornalismo.

Sia chiaro non bisogna mai generalizzare, ci sono tante realtà che provano a tenere alto il livello dell’informazione, ma è evidente che fin quando il vento continuerà a soffiare nella direzione sbagliata sarà sempre più dura difendere i principi del giornalismo e dell’informazione di qualità.

Una buona notizia è lo slittamento dei tagli all’editoria. Un traguardo oppure un punto di partenza per i giornali?

Solo in Italia siamo stati capaci di costruire la scellerata equazione “fondi pubblici ai giornali uguale spreco di risorse”, in tutti gli altri Paesi d’Europa si continua a sostenere l’informazione libera come pilastro della democrazia. Per fortuna abbiamo avuto, e abbiamo ancora, dalla nostra parte il presidente della Repubblica. Abbiamo dovuto fronteggiare una vergognosa campagna di demonizzazione contro i giornali e i giornalisti, abbiamo dovuto demolire le bugie dei populisti, abbiamo dovuto difenderci da accuse e insulti ignobili, abbiamo dovuto spiegare che l’informazione, e la cultura in generale, non può rispondere alle logiche del mercato. Abbiamo appurato che gli stessi sostenitori dei tagli all’editoria hanno condotto una battaglia dogmatica senza conoscere il sistema di distribuzione dei fondi né la legge. Qualcuno dei Cinque Stelle alla fine ci ha detto: «Non avevamo capito nulla, ma non possiamo tornare indietro perché sarebbe una mossa elettoralmente controproducente». Roba da far cadere le braccia. Alla fine il problema è stato solo rimandato, ma il rischio dei tagli resta, così come restano tutte le sfaccettature della crisi. Il problema oggi è che serve una legge capace di sostenere il rilancio del settore editoriale in ogni sua forma. Noi siamo i primi a dirlo: senza una riforma seria che tenga conto di tutte le criticità della filiera non basterà più nemmeno il fondo esiguo destinato al sostegno della pluralità dell’informazione. Tra le priorità io ci metto anche il rilancio delle edicole, che chiudono a un ritmo vertiginoso e che in alcuni Comuni sono già sparite.

La frontiera digitale va colta come un’opportunità. È davvero così?

Siamo nel pieno di un’evoluzione tecnologica e sarebbe da folli immaginare di rimanerne fuori. Il problema è che questa rivoluzione viaggia alla velocità della luce e non si ha il tempo di metabolizzare un cambiamento che immediatamente diventa preistoria. Questa rivoluzione, al di là del giornalismo, sta cambiando il mondo e sta modificando le abitudini di vita. Noi dobbiamo solo scegliere se cambiare in meglio o in peggio. Se usare l’evoluzione tecnologica oppure essere usati.

L’innovazione digitale può essere un’opportunità per il giornalismo e per la sua filiera solo se ci sono regole precise altrimenti soccomberemo tutti in una giungla caotica nella quale i colossi della tecnologia fagociteranno tutto. Utenti e lettori compresi. A quel punto l’informazione sarà monopolizzata, targhettizzata, contaminata dalle logiche di mercato. Gli editori saranno sempre più schiavi, costretti a consegnare gratuitamente la produzione in cambio di qualche like che alla lunga non salverà nessuno.

Eppure ci sono dei problemi “strutturali” nel mercato del web. Il recepimento della direttiva Ue sul copyright servirà a risolvere, almeno, qualcuna delle distorsioni causate dalla presenza degli Over the Top? (oppure cosa e come si potrebbe e dovrebbe promuovere per risanare il dislivello)?

Il web non ha mai fatto arricchire un’azienda editoriale pura e la social-dipendenza ne ha affossate migliaia. Il traffico diretto sui siti s’è quasi azzerato, molti sopravvivono con le briciole che concedono i motori di ricerca e i social. Ma gli introiti non sono ancora una voce seria. Anche la vendita delle edizioni e-digital dei giornali, sebbene in crescita, restano una voce quasi insignificante nei bilanci di un’azienda editoriale che deve pagare stipendi e tasse. Come si può pensare di sostenere un’impresa vendendo abbonamenti a un solo euro al mese. Come può essere credibile un’informazione praticamente gratuita? La battaglia per il copyright è stata importante, ma è solo il primo passo. Il web è una giungla nella quale accade tutto e il contrario di tutto. Per dirne una: ogni mattina centinaia di testate vengono diffuse in maniera illegale su migliaia di mail e migliaia di chat.

Sarà un autunno decisivo per il futuro dell’editoria italiana. Come vi state preparando? 

Come tutte le aziende, anche quelle editoriali stanno provando disperatamente a uscire dalla crisi generata dalla pandemia, e purtroppo servirà ancora del tempo per rimettersi in sesto. Questo non significa che manca l’entusiasmo e l’ottimismo, anzi c’è la consapevolezza che è nei momenti peggiori che bisogna dare il meglio di noi stessi dal punto di vista delle idee e dell’impegno. Metropolis è un quotidiano che resta in trincea nonostante tutto, un faro acceso sulla provincia sud di Napoli che merita di essere difesa e valorizzata. Noi abbiamo deciso di potenziare l’offerta anziché contrarla, anche se questo significa ulteriori sacrifici economici. Abbiamo già pubblicato tre libri allegati al quotidiano, l’ultimo dei quali è un omaggio al Vespucci, varato esattamente 90 anni fa a Castellammare di Stabia. Una finestra sulla storia per raccontare la terra che amiamo attraverso le sue eccellenze. Inoltre siamo pronti per lanciare Radio Metropolis e da ottobre riprenderemo per il quarto anno di seguito il progetto Young, un mensile scritto e pensato dagli studenti degli istituti superiori di alcune città della nostra area di diffusione. E’ un modo per comprendere il punto di vista dei giovani, per rinnovarsi, ma soprattutto è un modo efficace per avvicinare i ragazzi al giornalismo e all’informazione.

 

 

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