Le parole di Matteo Salvini nei confronti dei giornali e dei giornalisti, pronunciate in occasione della chiusura del congresso della Lega, pongono un problema che riguarda il rispetto delle istituzioni e la funzione dell’informazione. Sin dall’inizio della manifestazione la stampa è stata tenuta ai margini, relegata nelle retrovie, confinata. L’organizzazione degli spazi di un congresso può essere una scelta politica discutibile. Ma Salvini ha rivendicato quella decisione sostenendo di voler evitare che i giornalisti potessero “inquinare delegati e militanti”. È questa motivazione a rivelare il senso della scelta.
Offendere gratuitamente dei professionisti è già grave. Considerare la loro presenza una contaminazione del dibattito politico lo è ancora di più. E non è un problema che riguarda soltanto gli operatori dell’informazione. No, è un problema generale. Un leader politico che attacca direttamente, con parole offensive, una categoria professionale tiene un comportamento incompatibile con il rispetto dovuto al proprio ruolo istituzionale. Questo riguarda i medici, gli ingegneri, gli avvocati, i commercialisti, i geologi, gli agronomi, gli statistici, volendo fare un lungo elenco come piace a lui. Nel caso dei giornalisti c’è però un elemento ulteriore: il loro lavoro serve anche a controllare chi esercita il potere e a consentire ai cittadini di valutarne le scelte.
La politica è fatta di confronto e le posizioni contrarie vanno affrontate con argomenti. Le offese vanno bene al bar dello sport, non nel dibattito pubblico. Quanto accaduto è un fatto di particolare gravità, perché definire servi i giornalisti significa delegittimare l’informazione senza entrare nel merito delle notizie e delle critiche pubblicate. L’insofferenza verso la stampa indipendente accomuna leader come Trump, Putin e Orbán, pur nelle profonde differenze tra i rispettivi sistemi politici. È questa insofferenza che Salvini sembra voler emulare: trattare come un nemico chi racconta fatti sgraditi.
Il Governo sostiene di avere la stampa contro, eppure al tempo stesso una parte della maggioranza parla di “stampa di regime”. Una contraddizione evidente per chi il potere lo esercita. Anche l’opposizione dovrebbe evitare letture di comodo. La denuncia del controllo politico sulla Rai, riassunta dalla segretaria del Partito democratico nella formula “Telemeloni”, riguarda un problema che merita di essere discusso nel merito, gli slogan lasciamoli allo stadio. Ma la difesa dell’autonomia dell’informazione deve valere sempre, anche quando le critiche colpiscono la propria parte politica.
E la guerra santa mossa qualche anno fa dal Movimento cinque stelle contro il finanziamento pubblico all’editoria, con la scimitarra impugnata dall’allora sottosegretario Vito Crimi, fu un’altra manifestazione della stessa ostilità. Presentare il sostegno ai giornali come un privilegio da cancellare significava ignorare la funzione di quelle risorse nella tutela del pluralismo, soprattutto per le testate più piccole e indipendenti.
Se tutti i partiti ce l’hanno con i giornali e con i giornalisti, non significa automaticamente che la stampa faccia sempre bene il proprio lavoro. Significa però che il rapporto tra politica e informazione resta un terreno di conflitto, e difendere l’autonomia dei giornali è un obbligo per tutti, a prescindere da chi governa. Gli errori si contestano, le notizie si smentiscono, le opinioni si discutono. Nessuna di queste possibilità autorizza chi esercita il potere a delegittimare chi lo racconta. È questo il limite che Salvini ha superato.







