Tutti nella rete, sempre più “tanti” sempre più soli

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La condivisione del privato via web, di vissuto ed emozioni, anche del proprio dolore. Un’opzione sempre più in rete

Alessandro Meluzzi
Alessandro Meluzzi

Dalle immagini del quotidiano, degli affetti più prossimi, fino alla malattia che si sta vivendo o ad un dramma appena vissuto, è il web sempre più spesso la valvola di sfogo, la via di comunicazione subito a portata di mano. Per condividere con altri, appunto, la gioia o il dolore, per interconnettersi in modo immediato. Forse per sentirsi meno soli, nella folla di amici e followers. Ma c’è chi mette in guardia da tutto ciò, chi descrive nuove solitudini e perfino neo patologie.
Non usa metafore l’antropologo Marino Niola, che parla di “villaggio globale trappola letale” e arriva ad invocare la nascita di “asocial network” capaci di ri-organizzare le privacy (clicca qui per approfondire). E’ fulminante la diagnosi del filosofo Byung-Chul Han (pubblicata in quest’articolo) che accende i riflettori sulla “pornografia del web”, perché “tutti gli spazi riservati in cui ritirarsi sono eliminati in nome della trasparenza, vengono illuminati e sfruttati: il mondo diviene nudo e senza pudore”.
Ne parliamo con lo psichiatra Alessandro Meluzzi, opinionista di “Quarto Grado” spesso alle prese con noti casi di cronaca nera ancora avvolti nel mistero.
Purtroppo o per fortuna il web sta man mano prendendo, direi ha ormai preso, il posto della piazza, dove una volta si svolgevano le relazioni interpersonali. Sembra una piazza, ma non è una piazza”.

Cosa intende?
“Nella piazza ti conoscevi in carne e ossa, ti guardavi negli occhi. Il web, oggi, esiste ma è disancorato dal reale, la sua realtà è l’apparenza, la sua forma l’informalità, la suo nome l’anonimato”.

Siamo nel campo della para-patologie?
Non esprimo alcun giudizio di valore, né tantomeno diagnosi. Non giudico tutto ciò né giusto né sbagliato, niente da sacralizzare né da dissacrare. Siamo nel post umano”.

Beh, inquieta comunque, anche senza giudizi scientifici o di valore.
“Si tratta di relazioni apparentemente soggettive che abitano in una realtà virtuale. Dentro il meccanismo c’è molto esibizionismo, tanto voyerismo. E anche una profonda solitudine”.

Allora siamo alle solitudini che la moltitudine di amici e followers non riesce a coprire?
“Alla base di tutto c’è sempre un vuoto colmare. Al di là di numeri, statistiche, presenze e volti reali o virtuali, il dato centrale è il vuoto”.

E c’è il pieno di immagini, di privato esposto in pubblico. Forse in modo “pornografico”, come osserva Byung-Chul Han.
“Tutto ciò che è intimo, privato, attraverso il web sarà sempre più pubblico, sempre più esposto, sempre più commercializzato, sempre più venduto. E’ un cammino ormai inevitabile, è il percorso sul quale ci siamo ormai incamminati. E non si potrà più fermare”.

Un bene, un male?
“Ripeto, non esprimo valutazioni. Verifico quel che succede. Si tratta di un salto epocale, di qualcosa che mai avremmo potuto immaginare solo qualche tempo fa. E’ una modalità di comunicazione, la rete, che l’essere umano ha ormai assunto. Le vele sono salpate. Non si torna indietro. E il futuro sarà sempre più scandito dalle velocità, dai numeri, dai contatti. Dalla percezione di essere in tanti, in una enorme comunità, senza più confini. E invece, forse, sempre più soli”.

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