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La relazione annuale Agcom mette a nudo i problemi del comparto ma poco si parla dell’effetto occupazionale della crisi

Il Presidente Cardani ha presentato la relazione annuale sullo stato delle comunicazione e dell’industria della comunicazione in Italia. La banda larga non decolla, la domanda di servizi di tlc è crescente, ma l’offerta non riesce ad adeguarsi alle nuove esigenze dei cittadini, la liberalizzazione dei servizi postali dispone di una buona regolamentazione, ma la concorrenza stenta a decollare, sul settore dell’audiovisivo sempre le stesse cose, il duopolio si trasforma in oligopolio, poco conta che centinaia di imprese hanno chiuso, e poi i numeri della crisi. Numeri freddi, una contrazione complessiva del settore della comunicazione del 9 per cento, i periodici perdono il 17 per cento, l’industria dei quotidiani è alle corde. Un bollettino di guerra, numeri su numeri, ma poco si parla dell’effetto occupazionale sul settore della crisi. Decine di migliaia di giornalisti, tecnici, operatori a casa, gli ammortizzatori sociali stanno per terminare, poco conta, numeri, freddi numeri, la gente, quella che nei giornali, nelle radio, nelle televisioni ci lavorava ai margini. Anzi no. Ci sta gente e gente. E si perché per tutelare il pluralismo segnala Cardani occorre mettere subito riparo al recentissimo decreto legge del 24 giugno 2014, n. 90 che prevede la razionalizzazione delle Autorità indipendenti e mette a rischio qualche centinaia di posti di lavoro. Il silenzio cala pesante sulla perdita del lavoro per qualche decina di migliaia di persone, dipendenti di imprese ristrutturate, fallite, chiuse, ammutolite dalla lunga crisi. Persone figlie di un dio minore, quello a cui la crisi leva la parola, perché il grido di dolore delle istituzioni viene lanciato solo per salvaguardare i dipendenti dell’Autorità che qualche azienda nel corso degli anni pure l’ha fatta chiudere. Sarà ma l’impressione è che il problema non sia solo il digital di divide; e l’ultimo chiuda la porta.

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