Quel pasticciaccio brutto di Sigfrido Ranucci

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Dire che volano gli stracci è un eufemismo. Report è sempre stato un programma televisivo divisivo.

Dai tempi di Milena Gabanelli molte puntate del programma di RaiTre sono diventate un caso nazionale. Individuato il nemico, in genere il potente di turno, meglio se di destra, ogni argomento diventa, nella ricostruzione della trasmissione, buono per demolirlo. Le frasi dette, e quelle non dette, l’esperto di turno chiamato ad asseverare ipotesi o ricostruzioni, tagli, ritagli, voci fuori campo: tutto contribuisce a costruire un impianto narrativo spesso già orientato verso una precisa conclusione, ogni strumento giornalistico viene impiegato per condannare mediaticamente il malcapitato. Nel corso degli anni non sono mancate, inoltre, polemiche sui rapporti tra la trasmissione e alcune procure della Repubblica. L’accusa è di alimentare un circuito nel quale atti d’indagine e servizi televisivi sembravano talvolta rincorrersi reciprocamente. Da un lato questa è la critica che da sempre accompagna Report. Dall’altro, però, si deve dare atto che la trasmissione ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica vicende che hanno evidenziato le molte intermittenze della decenza della politica e di chi amministra la cosa pubblica, anzi le cose pubbliche, denunciando comportamenti che spesso non integravano fattispecie di reato ma risultavano difficilmente compatibili con un’etica pubblica.

Sigfrido Ranucci ha portato negli ultimi anni questo modo di fare giornalismo all’estremo, dedicando servizi non proprio memorabili a personaggi di primissimo piano della politica italiana. Anche in questo caso l’opinione pubblica si è divisa: tra chi incensa il giornalista e la sua redazione per il coraggio di sfidare i nuovi potenti, e chi invece, ritenendo inconsistenti molte delle rivelazioni e discutibile il metodo utilizzato, vi ha visto un giornalismo di modesta fattura.

Gli esponenti di questo Governo, con lo stile che ne ha caratterizzato la comunicazione negli ultimi anni, hanno attaccato la trasmissione e il suo conduttore, chiedendone la sostituzione o, addirittura, la chiusura e accompagnando lo scontro politico con una lunga serie di querele e azioni giudiziarie. Ranucci è sempre stato difeso dall’opposizione che, al solito, sembra dimenticare che le maggioranze cambiano e che gli strumenti invocati contro gli avversari potrebbero un giorno ritorcersi contro chi oggi li difende.

Ma fino a qualche giorno fa tutti hanno difeso la libertà del Sigfrido nazionale, anche in relazione alla necessaria tutela delle fonti giornalistiche. Quel fronte, però, si incrina quando nasce il sospetto che una delle fonti di alcune inchieste possa essere stata Valter Lavitola.

Le contestazioni mosse dalla Procura, peraltro, riguardano fatti ben più gravi e del tutto autonomi rispetto all’attività giornalistica, tra cui l’ipotesi di un attentato le cui motivazioni sono ancora tutte da chiarire. Tuttavia, nel dibattito pubblico il focus si è rapidamente spostato da Lavitola all’amicizia tra i due.

Può un professore di morale come Ranucci essere amico di Valter Lavitola? È una domanda che inevitabilmente molti si pongono. È possibile che Lavitola abbia contribuito a orientare alcune inchieste di Report? La verità verrà probabilmente a galla nei prossimi giorni. L’inchiesta della Procura avrà il suo corso e saranno gli accertamenti giudiziari a stabilire cosa sia realmente accaduto.

Ma se la dirigenza della Rai e molti membri del Governo hanno avuto la consueta risposta scomposta nei confronti di un giornalista ritenuto scomodo, anche Ranucci, questa volta, ha perso l’occasione di offrire una risposta all’altezza del ruolo che rivendica. Avrebbe dovuto dichiarare, come fa sempre, fiducia nell’operato della magistratura e attendere gli esiti delle indagini. Era il terreno sul quale, per anni, ha chiesto agli altri di misurarsi. Invece ha denunciato altri giornalisti, trasformandosi da pluriquerelato a pluriquerelante.

Una scelta che rischia di apparire incoerente proprio rispetto ai principi di libertà di stampa e di tutela delle fonti che Report ha sempre rivendicato come patrimonio comune dell’intera categoria. La segretezza delle fonti non è un’esclusiva di Report e proprio su questo terreno Ranucci si è perso nel classico bicchiere d’acqua. Anzi, di fango.

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