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Pubblicità legale, Renzi ha deciso: non serve più

Per ridurre le tasse servono soldi. E all’articolo 26 del decreto Irpef, i famosi 80 euro di Renzi, è stata prevista l’abolizione dell’obbligo di pubblicità legale sui quotidiani. Si cambia, dunque, e in maniera definitiva, una vecchia norma che imponeva agli enti pubblici di divulgare i propri bilanci e gli avvisi di gara su almeno due testate.

GENESI E RATIO DELLA NORMA – La cosa era stata decisa, nel 1987, per rendere trasparente l’azione della pubblica amministrazione, sia in riferimento alla gestione delle proprie risorse (i bilanci) che delle gare d’appalto. Ma visto che la spending review non è roba di oggi, con il Codice dell’amministrazione digitale fu già previsto (siamo nel 2011) che l’obbligo veniva assolto anche con la pubblicazione su testate telematiche e – cosa per niente secondaria – che il costo della pubblicazione dovesse ricadere non sull’ente appaltante, bensì sulla società appaltatrice. I grandi editori, continuando a sentirsi beneficiati, non dissero nulla: l’importante era incassare i denari. Da chi queste somme provenissero era un problema secondario.

CHI CI GUADAGNA – La previsione di abolire l’obbligo legale di pubblicazione delle gare voluta da questo Governo, considerato quanto detto, non determina un risparmio di soldi pubblici, come forse si potrebbe pensare. Favorisce soltanto le imprese che partecipano alle gare, sgravandole di un costo importante, con l’unico effetto positivo di eliminare l’intermediazione delle concessionarie di pubblicità e di una filiera di soggetti che di produttivo hanno sempre fatto ben poco.

IL PARADOSSO – Ma se è vero come è vero che la norma aveva una funzione di trasparenza, il servizio veniva chiaramente reso allo Stato e non a chi si aggiudica la gara. Non è un mistero, infatti, che le società partecipanti alle gare per gli appalti pubblici hanno da sempre dei propri sistemi di reperimento dei dati, ad esempio gli abbonamenti a società specializzate nel segnalare le gare indette dalle pubbliche amministrazioni.

IL DANNO PER I GRANDI EDITORI – Quel che resta, come dato certo, è che i grandi gruppi editoriali perderanno diverse decine di milioni di euro, forse centinaia (non è dato sapere il valore effettivo di questa voce, nonostante la stessa nasca dalla volontà di rendere trasparente l’azione pubblica). Per questo, sarebbe stato auspicabile che oggetto del dibattito successivo a queste decisioni fosse stato un’analisi più seria del rapporto causa (meno soldi) – effetto (ulteriore crisi) di cui sono vittima le imprese editrici. E invece i grandi editori cos’hanno fatto? Hanno risposto con l’arroganza che ne caratterizza da anni l’azione e, pensando a Internet come “a una cloaca”, hanno prima accettato la decisione di riversare tutto sul web, dando chiara prova di come approcciano il tema dell’innovazione, sempre argomento di grande passione nei congressi, e ora sono costretti a leccarsi le ferite.

QUALE TRASPARENZA? – Sebbene l’intenzione sia buona, è chiaro a tutti che nel 2014 la trasparenza dell’azione della pubblica amministrazione non si realizzerà pubblicando i bilanci e le gare sul web. Ci sarebbe molto da discutere su questo punto, rischiando peraltro di scivolare in una battaglia di retroguardia. Quel che rimane, come dato certo, è il danno economico derivante del taglio di una voce di ricavo importante per i bilanci di imprese già in crisi. Il rammarico rimane. C’era (e ci sarebbe ancora) lo spazio per rilanciare discussioni più serie di natura culturale: sulla funzione sociale dell’informazione, per esempio, o sul rapporto – sempre più complesso – tra media e mercato. Nessuno se ne preoccupa. Tutti rilanciano nella difesa di singoli interessi e preferiscono recitare la parte di chi sopporta il puzzo delle cloache. Rinunciando a vedere quali fiori possono nascere da quel letame.

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