Privacy

Prtivacy, Soro:”Contro il revenge porn estendere l’ammonimento”

Per i nativi digitali la rete rappresenta non uno dei tanti, possibili, mezzi di comunicazione, ma la dimensione prevalente dell’esistenza. E le relazioni intessute online, condividendo sui social ogni più intimo frammento di vita, la percezione del mondo sempre più mediata dagli algoritmi impongono nuove esigenze di tutela, a fronte della generale inadeguatezza delle categorie tradizionali del diritto a normare fenomeni in continua evoluzione, come le tecnologie che li plasmano.

La rete è, certamente, una straordinaria risorsa per la crescita e l’emancipazione soprattutto di chi ancora deve formarsi. Ma è anche il luogo in cui, nell’illusione dell’anonimato, minori violano altri minori. Dall’hate speech al revenge pom, dal cyberbullismo, alle vessazioni in danno dei più fragili, ostentate sul web con intollerabile compiacimento.

Proprio questo è, forse, l’aspetto più tragico dell’uso distorsivo della rete, nello iato tra illusione di autonomia e introiezione di regole, esperienza della libertà ed esercizio di responsabilità.. Ed è l’espressione forse più paradigmatica dell’ambivalenza del digitale e dei suoi pericolosi fraintendimenti. La violenza in rete è molto più accessibile: perché non subisce l’impatto immediato della “sanzione sociale” – prima ancora che giuridica – cui invece (ancora) è soggetta offline.

Non ci vuole ardore, sia pur dei più biechi: il “passaggio all’azione” è molto più facile.

Purtroppo però le conseguenze sono ancora più devastanti, perché quella violenza resta lì tendenzialmente per sempre, alla portata di chiunque a qualsiasi latitudine; non ha fine, è onnipresente.

Su questo alcune importanti tutele sono state introdotte (ma forse non adeguatamente pubblicizzate) con la legge sul cyberbullismo, che nella consapevolezza della complessità del fenomeno, non riducibile a mera questione penale, ha coniugato prevenzione, tutela della vittima, responsabilizzazione delle piattaforme, con la possibilità, nel caso di loro inerzia (invero poco frequente), di adire il Garante (anche da parte del minore sopra i 14 anni), per ottenere la rimozione dei contenuti lesivi.

Anche la procedura di ammonimento è uno strumento utile per spezzare la spirale di odio sottesa a queste condotte e che, unitamente alla tutela particolarmente celere dinanzi al Garante, potrebbe essere estesa al revenge-pom: anch’esso espressione di un uso della rete volto a coartare, anziché promuovere la libertà.

Tuttavia, per contrastare davvero questi fenomeni si deve agire sulle loro cause profonde, culturali e sociali: prime tra tutti la solitudine e l’immaturità digitale di ragazzi sempre più abbandonati senza strumenti ne sostegno davanti a uno schermo, inconsapevoli del risvolto reale e concretissimo di ogni click. Le agenzie educative primarie, dalla scuola alla famiglia, devono far comprendere che il post non è la scritta sul banco: può restare in rete anche per sempre, visibile e “replicabile” da chiunque, con una potenzialità lesiva di cui si deve avere consapevolezza.

È questa la più importante frontiera su cui tutti dobbiamo investire, con un’alleanza educativa che serva anche a noi adulti per riflettere sulla viralizzazione del rancore che un certo uso della rete rischia di produrre.

Ivan Zambardino

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