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PERCHE’ NON SIAMO FAVOREVOLI ALLA LEGGE CHE STATALIZZA I PREZZI DEI LIBRI

La nuova disciplina sul prezzo dei libri attende la promulgazione definitiva e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. L’approvazione è stata generale: destra, sinistra, centro con l’unica eccezione dei radicali, che hnnoa confermato la difesa del principio del ‘libero mercato’.
La legge in oggetto illiberale perfino nel titolo, contiene norme sugli sconti, sulle campagne promozionali, su peculiari riduzioni fino al 20% del prezzo. Sono elencate eccezioni, vivaddio escludendone i libri usati. Naturalmente vengono introdotte sanzioni, con occhiuti interventi dei comuni.
Una legge ispirata alla libertà di mercato non avrebbe dovuto prevedere alcunché in tema di prezzi dei libri: anzi, neppure sarebbe stata concepibile. Siccome, invece, i liberali a parole abbondano, ma in realtà sono quasi tutti regolatori, tassatori, vincolisti e compagnia simile, ecco che nel dibattito in Senato si sono sentite voci tutte propense a un’economia frenata da regole immotivate.
Per il democratico Andrea Marcucci, «il libro, qualunque libro, è un fatto culturale e come tale va tutelato e non può essere ridotto a mero fatto economico e sottoposto alla pratica dello sconto selvaggio». C’è chi non è rimasto appagato: Maria Pia Castiglione, di Coesione nazionale, ha auspicato «che lo stesso tipo di interesse venga rivolto anche nei confronti dell’editoria on line». La repubblicana Luciana Sbarbati era soddisfatta per il «punto d’equilibrio, così come individuato in questo testo attraverso la differenziazione del prezzo dei libri, un punto di mediazione tra le diverse istanze sostenute dagli editori, siano essi piccoli o grandi, e soprattutto dai librai, indipendenti o appartenenti alle catene».
Secondo questa interpretazione, quindi, l’equilibrio il mercato non avrebbe potuto da solo offrirlo: se ne deve occupare lo Stato. Qualcuno, bontà sua, si è ricordato dell’interesse dei consumatori, posto che i lettori dei libri gradirebbero comprarli al minor prezzo accessibile e potrebbero, invece, non trovare accettabile la limitazione degli sconti. Secondo il leghista Mario Pittoni, «la proposta permetterà di tutelare gli interessi dei consumatori, offrendo loro la possibilità di accedere all’acquisto di un libro a prezzi reali più contenuti». Non è chiaro come potrà essere. Una spiegazione l’ha tentata il democratico Antonio Rusconi, secondo il quale la «guerra combattuta a colpi di sconti sempre più pesanti» avrebbe come risultato «un continuo innalzamento dei prezzi di copertina», mentre occorre «tutelare i lettori e i consumatori in un momento difficile dell’economia nazionale, difendendo il loro potere d’acquisto».
La verità è molto semplice. Lo scopo della legge non è tutelare gli utenti, bensì le piccole librerie. L’ha detto con franchezza Ombretta Colli del Pdl: «E’ un piccolo grande passo per salvaguardare le piccole grandi aziende, così come gli stessi fruitori». Gli ha dato bordone il già citato Marcucci: «E’ necessario far sopravvivere le piccole e medie librerie indipendenti». Quindi, l’interesse di una categoria prevale sul mercato autoregolamentato. L’ha rilevato, del tutto isolata, la radicale Donatella Foretti: «questo è un provvedimento corporativo e protezionista, che vede il mercato come un qualcosa di pericoloso, come una giungla non da regolamentare e da disciplinare ma da cui scappare a gambe levate». La contraddizione, come la stessa senatrice ha sottolineato, è che il «provvedimento dovrebbe invogliare la lettura e l’acquisto di un libro limitando gli sconti ed imponendo i prezzi per legge».
Giuseppe Liucci

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