Editoria

Per Reporters sans frontières la libertà di stampa va sempre peggio. Anche in Italia.

Quando parlano le armi, la libertà di stampa è sempre a rischio. Un dato che trova conferma nell’ultimo rapporto annuale di Reporters sans frontières (Rsf), che fotografa un momento particolarmente delicato per l’informazione. Negli ultimi venticinque anni la libertà di stampa non è mai stata così in affanno.


Il rapporto di Rsf valuta il grado di libertà di stampa in 180 Paesi. Oltre la metà degli Stati rientra ormai nelle categorie “difficile” o “molto grave”. Il dato più significativo è che il punteggio medio complessivo continua a peggiorare.


In altri termini, la libertà di chi produce informazione è sempre più esposta a rischi, mentre il diritto a essere informati subisce una compressione crescente. Il dato non riguarda solo i Paesi a guida autoritaria. Il rapporto evidenzia come anche nei Paesi democratici si stia progressivamente restringendo lo spazio per l’attività giornalistica.


Il quadro di riferimento adottato da Rsf è ampio. La libertà di stampa viene definita come la capacità dei giornalisti di produrre e diffondere notizie nell’interesse pubblico senza interferenze politiche, economiche o legali e in assenza di minacce alla sicurezza. Su questa base, l’indice si articola in cinque dimensioni: contesto politico, quadro giuridico, condizioni economiche, fattori socioculturali e sicurezza.


Non sorprende che ai primi posti si confermino, per il decimo anno consecutivo, Paesi con sistemi istituzionali stabili e mercati mediatici consolidati come Norvegia, Paesi Bassi ed Estonia. In coda restano Cina, Corea del Nord ed Eritrea, dove il controllo statale sull’informazione è pressoché totale.

Più interessante, per il contesto europeo, è la dinamica dei Paesi intermedi. L’Italia scende al 56° posto, con un punteggio di 65,16, in calo rispetto al 49° dello scorso anno. Il Paese resta nella fascia “problematica”, ma il peggioramento segnala una tendenza che difficilmente può essere considerata episodica.

Le cause individuate da Rsf sono molteplici e, soprattutto, convergenti. Sul piano politico pesa la mancata attuazione del Media Freedom Act e il permanere di criticità strutturali nel servizio pubblico, tra cui l’ingerenza della politica nella RAI e il blocco della Commissione di vigilanza. Sul piano giuridico, incidono l’elevato numero di azioni legali temerarie (Slapp) e la persistente criminalizzazione della diffamazione, che continuano a esercitare un effetto dissuasivo sull’attività giornalistica.


A questo si aggiunge un dato spesso sottovalutato: l’autocensura. Rsf rileva come, anche in presenza di un sistema mediatico formalmente pluralista, i giornalisti tendano in alcuni casi ad adeguarsi alla linea editoriale o a evitare contenuti potenzialmente rischiosi per timore di conseguenze legali. È un fenomeno meno visibile, ma non meno incisivo sulla qualità dell’informazione.


Il quadro economico completa il quadro. Il sostegno pubblico, che una volta aveva l’obiettivo di integrare i ricavi tipici, diventa sempre più uno strumento essenziale di sopravvivenza, a fronte del calo strutturale delle vendite e dell’erosione dei ricavi pubblicitari dovuta all’ingresso delle grandi piattaforme. La precarietà economica e la dipendenza da risorse pubbliche, in assenza di leggi dello Stato e di certezze rispetto agli stanziamenti, finiscono per incidere sull’autonomia editoriale. In parallelo, la polarizzazione del dibattito pubblico espone i giornalisti a pressioni e attacchi, anche fisici, contribuendo a deteriorare ulteriormente l’ambiente operativo.


Il dato dei 28 giornalisti sotto scorta in Italia è, in questo senso, indicativo: la sicurezza personale non è un elemento marginale, ma una componente strutturale della libertà di stampa.


Il messaggio che emerge dal rapporto è chiaro. Il declino della libertà di stampa non è più riconducibile a singoli fattori, ma a una combinazione di pressioni politiche, strumenti giuridici, fragilità economiche e trasformazioni del contesto sociale. Come osserva Rsf, gli attacchi al diritto all’informazione sono diventati più sofisticati e, soprattutto, più espliciti.


Per questo, la questione non può essere affrontata solo sul piano dei principi. Senza strumenti di tutela effettivi – sul versante normativo, economico e istituzionale – il rischio è che anche nei sistemi democratici la libertà di stampa si trasformi progressivamente in una garanzia formale, sempre meno effettiva.

Enzo Ghionni

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