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PAGARE CON LA VITA IL PROPRIO DOVERE DI INFORMATORI

È il rischio che corre ogni scrupoloso servitore dell’informazione, quello di rischiare la propria vita per avere fatto il proprio dovere di giornalista in alcune zone particolarmente “calde”.
La giornalista americana Marie Colvin ed il fotografo francese Remi Ochlick erano partiti alla volta della Siria per documentare con immagini e parole la sanguinosa situazione della Siria, che conta circa settecento morti in un solo mese e succede che tra le vittime finiscano anche loro.
I due reporter hanno forzatamente interrotto la loro missione di informatori quando la scorsa settimana sono morti durante un bombardamento ad Homs, città ribelle nel centro della Siria.
Le salme dei due coraggiosi cronisti sono rientrate e consegnate alle ambasciate di Francia e Polonia, rappresentanti degli interessi degli Stati Uniti in Siria.
Marie Colvin e Remi Ochlick non rappresentano purtroppo casi isolati, i giornalisti uccisi senza discriminazione di razza e provenienza, sono diventati notizia all’ordine del giorno.
Ali Ahmed Abdi lavorava per una stazione radio indipendente nel villaggio di Garsor, e mentre rientra a casa dal lavoro viene colpito alla testa ed al torace e muore sul colpo.
Il fatto è maggiormente allarmante se analizzato alla luce dei precedenti tre delitti consumatosi solo nell’ultimo mese, di cui il penultimo nei confronti dell’ex direttore del quotidiano locale SomaliWeyn.
Sono ancora in vita ma privati della loro libertà i due cronisti britannici Gareth Montgomery-Johnson e Nicholas Davies, sospettati di spionaggio ed arrestati il mese scorso in Libia.
I due reporter lavorano come cameraman e giornalista per l’emittente iraniana Press tv, e sono stati arrestati il 21 febbraio a Tripoli, colti sul fatto a scattare delle fotografie che probabilmente hanno infastidito le autorità di Tripoli, stando a quanto riferito da Amnesty International.
Addosso ai detenuti sarebbero state trovate foto che mostrerebbero miliziani libici in pose da combattimento e quello che sembra essere una scaletta di un montaggio televisivo.
I due sono accusati di spionaggio ed ingresso illegale nel paese e nonostante le pressioni di Amnesty International, il dr. Fortia Suleiman, membro del Consiglio Nazionale di Transizione che governa la Libia, ha detto che la detenzione continuerà sino al termine di ulteriori investigazioni tese ad accertare l’accusa di spionaggio.
Le sorti dei due giornalisti sono al momento appese ad un filo ed al momento sono impossibilitati a svolgere onestamente il proprio lavoro come facevano
fino a poco prima dell’arresto, perché detenuti in una base della brigata Souhli nel centro di Tripoli.
Marie Colvin, Remi Ochlick, Ali Ahmed Abdi, Gareth Montgomery-Johnson e Nicholas Davies, sono solo gli ultimi nomi delle vittime di fermi ed uccisioni ad opera di chi crede erroneamente che basti chiudere per sempre la bocca dei reporter per ostacolare il libero circolare delle informazioni.

Arianna Esposito

editoriatv

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