OpenAI e Microsoft, spunta il nodo delle “AI sostitutive” dei giornali: la battaglia sul copyright cambia terreno

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La battaglia tra editori e aziende dell’intelligenza artificiale potrebbe entrare in una fase decisiva. In alcuni documenti depositati nella causa che oppone The New York Times e altre testate a OpenAI e Microsoft sono emerse dichiarazioni interne di dirigenti delle due società che, secondo gli editori, descriverebbero i prodotti di intelligenza artificiale come possibili sostituti di alcune funzioni svolte dal giornalismo. La questione è particolarmente delicata perché OpenAI e Microsoft hanno finora sostenuto davanti al tribunale federale di Manhattan che l’utilizzo di milioni di articoli per addestrare i modelli AI rientrerebbe nel fair use: il materiale sarebbe trasformato per creare nuovi prodotti e non avrebbe lo scopo di sostituire economicamente le opere originarie. Gli editori sostengono ora che alcune dichiarazioni interne rese pubbliche il 17 settembre possano mettere in discussione proprio questo punto della difesa.

Il tema va molto oltre la singola causa. Una delle questioni centrali del contenzioso sull’intelligenza artificiale è infatti stabilire se l’utilizzo di contenuti protetti serva soltanto a costruire una tecnologia nuova oppure se il prodotto finale finisca anche per competere con chi quei contenuti li ha realizzati. Se un chatbot legge migliaia di articoli, assimila le informazioni e successivamente risponde direttamente alla domanda dell’utente, il rischio per l’editore è evidente: il giornale sostiene il costo della raccolta e della verifica delle notizie, mentre l’interfaccia AI può diventare il luogo nel quale quelle informazioni vengono effettivamente consumate. È lo stesso problema che sta emergendo nella ricerca online, dove AI Overviews e AI Mode stanno progressivamente trasformando il tradizionale rapporto tra Google e i publisher.

La posizione degli editori americani è quindi semplice nella sua logica: se un prodotto viene costruito anche attraverso il lavoro giornalistico e successivamente può diventare un’alternativa alla consultazione delle testate, diventa più difficile sostenere che non esista alcun effetto sul mercato originale. Sarà naturalmente il tribunale a stabilire quale peso giuridico attribuire alle dichiarazioni depositate e se esse incidano effettivamente sulla difesa basata sul fair use. Le affermazioni degli editori sono quindi argomentazioni processuali e non una decisione già raggiunta dal giudice.

Il caso arriva però in un momento nel quale il confronto tra media e società tecnologiche si sta facendo sempre più duro. Nei giorni scorsi diversi dirigenti dell’industria dell’informazione hanno espresso pubblicamente forti preoccupazioni. La CEO del New York Times, Meredith Kopit Levien, ha accusato gli sviluppatori dei grandi modelli linguistici di un utilizzo della proprietà intellettuale che il gruppo considera illegittimo, mentre Nicholas Thompson, CEO di The Atlantic, ha avvertito che l’intelligenza artificiale è destinata a trasformare profondamente l’economia dell’editoria. Parallelamente gli editori americani continuano a chiedere maggiore capacità negoziale nei confronti delle grandi piattaforme tecnologiche.

La contraddizione diventa ancora più evidente osservando quello che sta succedendo contemporaneamente sul mercato. Da una parte gli editori contestano l’utilizzo non autorizzato dei propri archivi; dall’altra stanno nascendo accordi di licenza e nuovi sistemi di remunerazione. Google, per esempio, sta sperimentando un programma attraverso Search Console che remunera alcuni publisher quando i loro contenuti contribuiscono in maniera significativa alle risposte prodotte da Gemini, AI Overviews e AI Mode. Il programma è ancora limitato e su invito, ma introduce un principio importante: il contenuto utilizzato dall’intelligenza artificiale può avere un valore economico anche quando non genera direttamente un clic verso il sito dell’editore.

È probabilmente questo il vero terreno sul quale si giocherà la prossima fase. Il problema non è più soltanto stabilire se l’intelligenza artificiale possa leggere i giornali, ma decidere quali diritti conservino gli editori quando quelle informazioni diventano parte delle risposte offerte direttamente agli utenti. Se l’AI rimane uno strumento che indirizza nuovi lettori verso le fonti, il vecchio equilibrio del web può ancora sopravvivere. Se invece diventa progressivamente un sostituto della consultazione delle fonti, il modello economico cambia completamente.

Gli editori stanno iniziando a chiedere che anche le regole cambino di conseguenza. Perché nell’economia dell’AI la questione non riguarda soltanto il copyright di un articolo: riguarda chi sostiene il costo di produrre l’informazione e chi, alla fine, incassa il valore generato da quella stessa informazione.

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