Occhiali smart, la nuova frontiera dell’AI apre un enorme problema di privacy: da Meta a Samsung, Google e Apple la sfida è proteggere chi sta davanti alle lenti

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Gli occhiali intelligenti stanno rapidamente passando dalla categoria degli esperimenti tecnologici a quella dei prodotti destinati al grande pubblico e questa volta la partita potrebbe essere molto più importante di quella iniziata oltre dieci anni fa con i Google Glass. Meta ha già portato sul mercato milioni di dispositivi sviluppati insieme a EssilorLuxottica, Samsung ha presentato la propria visione degli intelligent eyewear, Google sta preparando una nuova generazione di occhiali basati su Android XR e Gemini, mentre Apple lavora a un prodotto che potrebbe arrivare successivamente e sul quale proprio la privacy sembra essere uno dei problemi centrali da risolvere. A questi nomi si aggiungono Snap, Xreal, Rokid, Even Realities e numerosi produttori più piccoli. Le caratteristiche cambiano molto da un modello all’altro, ma il problema che accompagnerà l’intera categoria è sempre lo stesso: che cosa succede alla nostra privacy quando milioni di persone iniziano a indossare telecamere, microfoni e intelligenza artificiale puntati continuamente verso il mondo?

Lo smartphone ha già trasformato praticamente chiunque in una persona capace di fotografare e registrare ciò che accade intorno a sé, ma esiste una differenza fondamentale. Quando qualcuno prende il telefono dalla tasca, lo solleva e lo punta nella nostra direzione generalmente comprendiamo che potrebbe stare scattando una fotografia o registrando un video. Gli occhiali eliminano gran parte di questi segnali sociali. Possono assomigliare sempre di più a normali montature da vista o da sole e la telecamera osserva esattamente ciò che guarda chi li indossa. È sufficiente un comando vocale, un gesto o la pressione di un piccolo pulsante per trasformare un oggetto apparentemente normale in un dispositivo di acquisizione audiovisiva.

È proprio questo elemento a rendere i Ray-Ban Meta il caso più evidente. Il successo della collaborazione tra Meta ed EssilorLuxottica deriva anche dalla capacità di aver fatto quasi scomparire la tecnologia dentro un oggetto familiare. Non sembrano un visore da realtà virtuale e non hanno l’aspetto dei vecchi Google Glass. Sembrano semplicemente Ray-Ban. Dal punto di vista commerciale è un vantaggio enorme, ma dal punto di vista della privacy è contemporaneamente uno dei problemi più difficili da risolvere.

Meta utilizza un indicatore luminoso esterno per segnalare quando viene effettuata una registrazione e ha introdotto sistemi destinati a impedire l’utilizzo della videocamera quando quel segnale viene manomesso o coperto. Nonostante queste protezioni, il dibattito non si è chiuso. Negli ultimi mesi sono emersi numerosi casi di persone registrate senza esserne consapevoli e i dispositivi sono finiti al centro di proteste e richieste di regole più severe. Il problema sta diventando particolarmente evidente nei luoghi di lavoro, dove dipendenti di negozi, locali e servizi aperti al pubblico possono ritrovarsi davanti clienti che indossano occhiali capaci di registrare senza che sia immediatamente evidente cosa stiano facendo.

Il tema è diventato talmente concreto che persino Burning Man ha aggiornato le proprie indicazioni per il 2026 richiamando espressamente chi utilizza smart glasses alla necessità di ottenere il consenso prima di registrare altre persone, comprese quelle che possono comparire sullo sfondo. È un piccolo esempio di quello che potrebbe accadere molto più frequentemente nei prossimi anni: cinema, palestre, scuole, ospedali, tribunali, aziende, concerti e locali potrebbero essere costretti a stabilire proprie regole sull’utilizzo degli occhiali intelligenti.

La questione però non riguarda soltanto Meta.

Samsung ha scelto di affrontarla in maniera particolarmente esplicita nei propri intelligent eyewear. L’azienda ha previsto due indicatori LED, uno esterno e uno interno, per rendere evidente lo stato della registrazione sia alle persone circostanti sia a chi indossa gli occhiali. Il sistema di rilevamento dell’indossamento interrompe la registrazione quando il dispositivo viene tolto e soprattutto Samsung afferma che se l’indicatore luminoso esterno viene coperto o manomesso la registrazione viene disattivata. L’azienda dichiara inoltre che audio, video e dati della condivisione dello schermo degli utenti non vengono utilizzati per addestrare i propri modelli AI.

Questa scelta mostra quanto il problema sia ormai entrato direttamente nella progettazione dei prodotti. Fino a qualche anno fa la privacy poteva essere affrontata prevalentemente attraverso condizioni di utilizzo, informative e impostazioni software. Con gli smart glasses deve diventare anche una caratteristica fisica dell’oggetto. Un LED, la sua posizione, la possibilità o meno di coprirlo, il comportamento della videocamera quando viene manomesso e persino la forma della montatura diventano elementi di protezione dei dati.

Google si trova davanti alla stessa sfida. I nuovi intelligent eyewear basati su Android XR e Gemini arriveranno attraverso diversi produttori e Google ha già annunciato modelli realizzati con Gentle Monster e Warby Parker. L’azienda distingue tra occhiali prevalentemente audio e dispositivi dotati di display e punta su un’interazione profondamente integrata con Gemini. Gli occhiali potranno fornire indicazioni, effettuare chiamate, inviare messaggi, scattare fotografie e interagire con le applicazioni dello smartphone senza obbligare l’utente a prendere continuamente il telefono dalla tasca.

Ed è proprio l’intelligenza artificiale a rendere questa nuova generazione completamente diversa dai primi tentativi di smart glasses.

La telecamera non serve più soltanto a fotografare.

Può diventare l’occhio dell’intelligenza artificiale.

Un assistente come Gemini o Meta AI può osservare ciò che abbiamo davanti e aiutarci a comprenderlo. Possiamo guardare un monumento e chiedere informazioni, osservare un cartello scritto in una lingua straniera e ottenere una traduzione, guardare un oggetto e chiedere che cosa sia oppure utilizzare la videocamera per ottenere assistenza mentre svolgiamo un’attività.

Questa possibilità è straordinariamente utile, soprattutto per l’accessibilità, ma cambia completamente la questione della privacy. Perché una telecamera che deve permettere all’intelligenza artificiale di comprendere continuamente il mondo può potenzialmente acquisire una quantità di informazioni enormemente superiore rispetto a una videocamera utilizzata soltanto quando decidiamo di scattare una fotografia.

Qui nasce una distinzione destinata a diventare fondamentale: vedere non significa necessariamente registrare.

Un produttore potrebbe progettare occhiali nei quali la videocamera analizza temporaneamente ciò che si trova davanti all’utente per fornire una risposta senza salvare permanentemente le immagini. Dal punto di vista della privacy sarebbe molto diverso rispetto a registrare continuamente video e conservarli su un server. Ma per la persona che si trova davanti agli occhiali la distinzione è praticamente invisibile.

Se vediamo qualcuno che ci guarda attraverso una montatura dotata di telecamera non possiamo sapere se in quel momento il dispositivo non stia facendo nulla, stia semplicemente analizzando l’ambiente, stia riconoscendo un oggetto, stia trasmettendo immagini a un’intelligenza artificiale oppure stia registrando un video destinato a essere pubblicato pochi minuti dopo.

È qui che la vecchia idea del LED comincia a mostrare i propri limiti.

Una semplice luce può comunicare che è in corso una registrazione, ma che cosa dovrebbe indicare quando la videocamera sta osservando l’ambiente per permettere all’AI di rispondere a una domanda? Dovrebbe accendersi anche in quel caso? E se l’elaborazione dura continuamente? Dovremmo abituarci a persone che camminano tutto il giorno con un indicatore acceso?

La questione diventerà ancora più delicata con il riconoscimento facciale.

Tecnicamente la combinazione tra videocamera, intelligenza artificiale e database di immagini potrebbe permettere a un paio di occhiali di guardare una persona e cercare di identificarla. È probabilmente uno degli scenari più controversi dell’intero settore perché trasformerebbe la percezione sociale dello spazio pubblico. Non saremmo più semplicemente circondati da persone che possono fotografarci, ma potenzialmente da dispositivi capaci di collegare il nostro volto a un’identità e successivamente ad altre informazioni disponibili online.

Meta ha già sperimentato internamente funzionalità legate al riconoscimento delle persone e il tema ha provocato forti critiche. Le preoccupazioni sono aumentate proprio perché gli occhiali possono apparire estremamente discreti.

Qui entra in gioco Apple, che potrebbe scegliere una strada differente.

Le informazioni disponibili sui futuri occhiali Apple devono essere considerate ancora indiscrezioni perché il prodotto non è stato commercializzato e le caratteristiche definitive possono cambiare. Tuttavia diverse ricostruzioni indicano che Cupertino stia studiando con particolare attenzione proprio il problema della privacy e potrebbe limitare fortemente le capacità tradizionali di registrazione delle videocamere. Una delle ipotesi è utilizzare i sensori soprattutto per permettere all’intelligenza artificiale di comprendere l’ambiente, privilegiando l’elaborazione locale e riducendo il trasferimento di immagini verso server esterni. Tra le possibilità discusse c’è persino quella di non permettere alle videocamere di funzionare come normali fotocamere per foto e video.

Se Apple scegliesse realmente questa soluzione si creerebbero due filosofie molto differenti.

Da una parte gli occhiali come fotocamera indossabile, capaci di catturare immediatamente ciò che vediamo.

Dall’altra gli occhiali come sensore per l’intelligenza artificiale, nel quale la videocamera serve soprattutto alla macchina per capire l’ambiente senza necessariamente creare un archivio permanente di immagini.

Dal punto di vista della privacy la seconda soluzione sarebbe certamente meno problematica, ma non eliminerebbe tutti i rischi. Anche un’immagine analizzata per pochi secondi può contenere un volto, una targa automobilistica, un documento sulla scrivania, lo schermo di un computer, una cartella clinica, il codice di una carta, l’interno di una casa o qualsiasi altra informazione presente nel campo visivo.

Il vero interrogativo diventa quindi dove viene elaborata quell’immagine e per quanto tempo esiste.

Se l’analisi viene effettuata direttamente sul dispositivo e il contenuto viene immediatamente eliminato il rischio è molto diverso rispetto a un sistema che invia continuamente immagini verso il cloud. Per questo il cosiddetto edge computing, cioè l’elaborazione direttamente sull’hardware indossato o sullo smartphone collegato, potrebbe diventare uno dei principali elementi competitivi degli smart glasses.

Non tutte le aziende hanno inoltre scelto di inserire una videocamera.

Alcuni prodotti puntano proprio sull’assenza della fotocamera come elemento distintivo. Even Realities, per esempio, propone occhiali con funzioni digitali e AI che rinunciano alla videocamera, mentre alcuni dispositivi Xreal sono pensati principalmente come display indossabili e non come sistemi destinati a registrare continuamente l’ambiente circostante.

Questa potrebbe diventare una vera categoria di mercato: smart glasses privacy-first, intelligenti ma senza occhi elettronici rivolti verso gli altri.

Naturalmente rinunciare alla videocamera significa rinunciare anche a molte delle funzioni più interessanti dell’intelligenza artificiale visiva. L’assistente non può descrivere ciò che abbiamo davanti, riconoscere un oggetto o tradurre automaticamente un cartello attraverso la visione. Ancora una volta emerge quindi il grande compromesso che accompagna tutta l’AI personale: maggiore è la quantità di informazioni accessibile all’assistente, maggiore può essere la sua utilità, ma maggiore diventa anche il problema della privacy.

Snap affronta un’altra variante dello stesso problema con Spectacles. In questo caso le telecamere sono strettamente collegate alla realtà aumentata perché il dispositivo deve comprendere lo spazio circostante per sovrapporre contenuti digitali al mondo fisico. Ed è una distinzione importante: non tutte le telecamere presenti negli occhiali esistono necessariamente per creare fotografie destinate a Instagram o video da pubblicare sui social. Alcune servono alla localizzazione, al riconoscimento dello spazio, alle gesture e alla realtà aumentata.

Ma dal punto di vista della persona osservata il problema rimane.

Una videocamera è una videocamera e chi le sta davanti non può conoscere facilmente lo scopo per il quale viene utilizzata in quel momento.

Esiste poi la questione dei microfoni, spesso molto meno discussa delle telecamere.

Gli smart glasses devono poter ascoltare i comandi vocali e molti modelli permettono di effettuare chiamate, registrare video con audio e interagire continuamente con l’assistente artificiale. Significa che sul volto dell’utente non c’è soltanto una videocamera orientata verso il mondo ma anche una serie di microfoni progettati per catturare la voce in ambienti reali.

Il problema della privacy riguarda quindi anche le conversazioni.

In un ristorante, in ufficio, in treno o durante una riunione potrebbe essere difficile capire quando il microfono venga utilizzato semplicemente per riconoscere una parola di attivazione, quando una conversazione venga trasmessa all’assistente AI e quando invece venga registrata insieme a un video.

La questione diventa particolarmente delicata nei luoghi nei quali esiste un’aspettativa elevata di riservatezza.

Pensiamo a un ospedale.

Una persona con gli smart glasses potrebbe attraversare un corridoio nel quale sono visibili pazienti, cartelle, monitor e informazioni sanitarie.

Pensiamo a una scuola.

Un adulto potrebbe indossare un dispositivo capace di registrare bambini che non hanno alcuna possibilità reale di comprendere cosa stia accadendo.

Pensiamo a un’azienda.

Sulle scrivanie possono esserci documenti riservati e sugli schermi informazioni commerciali che una videocamera posta all’altezza degli occhi può inquadrare senza alcuno sforzo.

Pensiamo a una palestra, a uno spogliatoio, a una spiaggia o a qualsiasi altro luogo nel quale le persone possono trovarsi in situazioni particolarmente esposte.

La capacità di registrare non è nuova. La novità è la possibilità di farlo senza modificare visibilmente il proprio comportamento.

Ed è probabilmente questo il punto sul quale le legislazioni dovranno intervenire.

Le norme sulla privacy sono state costruite in gran parte in un mondo nel quale una videocamera era un oggetto riconoscibile. Successivamente abbiamo dovuto adattarci agli smartphone e alla videosorveglianza. Gli smart glasses introducono una terza situazione perché trasformano la videocamera in qualcosa che possiamo indossare continuamente e che punta automaticamente nella stessa direzione del nostro sguardo.

Il consenso diventa quindi estremamente difficile.

Non possiamo realisticamente chiedere il permesso a ogni persona che entra nel campo visivo mentre camminiamo per una strada. Ma esiste una differenza enorme tra comparire incidentalmente sullo sfondo e diventare il soggetto di una registrazione deliberata. Proprio su questa distinzione stanno iniziando a intervenire organizzatori di eventi e gestori di spazi privati.

Potrebbe nascere inoltre una nuova forma di galateo tecnologico.

Negli anni abbiamo imparato che è scorretto fotografare deliberatamente uno sconosciuto in determinate situazioni e che durante una conversazione può essere opportuno chiedere il permesso prima di registrare. Con gli occhiali dovremo probabilmente costruire nuove convenzioni sociali perché il dispositivo rimarrà sul volto anche quando non viene utilizzato per registrare.

La domanda diventerà inevitabile: devo chiedere a una persona di togliersi gli occhiali prima di parlarle?

Se gli smart glasses raggiungeranno davvero la diffusione prevista dall’industria, una richiesta del genere potrebbe diventare comune in alcuni ambienti.

Potremmo vedere cartelli con scritto “No smart glasses” accanto a quelli che oggi vietano smartphone e fotografie. Alcuni luoghi potrebbero richiedere di togliere gli occhiali con videocamera, altri potrebbero accettarli soltanto con sistemi verificabili che impediscano la registrazione.

È qui che la concorrenza tra Meta, Samsung, Google, Apple e gli altri produttori potrebbe trasformarsi anche in una competizione sulla fiducia.

La qualità della videocamera, la durata della batteria e l’intelligenza dell’assistente saranno importanti, ma potrebbe diventarlo altrettanto la capacità del produttore di dimostrare che ciò che gli occhiali vedono non viene conservato inutilmente.

Samsung sta già cercando di differenziarsi dichiarando che i dati audio, video e di screen sharing non vengono utilizzati per l’addestramento dei modelli AI. Apple potrebbe puntare sull’elaborazione locale e su limitazioni della registrazione. Meta sta rafforzando le protezioni contro la manomissione dell’indicatore luminoso dopo le controversie emerse intorno ai propri prodotti.

Ma la vera prova arriverà quando questi dispositivi smetteranno di essere prodotti relativamente di nicchia.

Dieci persone con smart glasses in una città rappresentano una curiosità.

Dieci milioni di persone con telecamere indossabili rappresentano un cambiamento sociale.

A quel punto il problema non sarà più soltanto proteggere la privacy di chi compra gli occhiali. Paradossalmente, la persona più esposta potrebbe essere proprio quella che non li possiede.

Chi acquista il dispositivo può leggere l’informativa, modificare le impostazioni, disattivare alcune funzioni e decidere quali dati condividere. Il passante che viene inquadrato non ha nessuno di questi strumenti. Non ha accettato le condizioni di Meta, Google, Samsung o Apple e spesso non sa nemmeno quale dispositivo abbia davanti.

Questa è forse la differenza più importante rispetto allo smartphone.

La privacy degli smart glasses non riguarda soltanto i dati dell’utente, ma i dati di tutti gli altri.

Ed è per questo che un piccolo LED probabilmente non sarà sufficiente a risolvere il problema.

Serviranno indicatori impossibili da disattivare, elaborazione locale quando possibile, tempi minimi di conservazione, limiti al riconoscimento facciale, controlli severi sull’utilizzo dei dati per l’addestramento dell’intelligenza artificiale e regole particolarmente rigide per luoghi sensibili e minori. Ma servirà soprattutto un principio molto semplice: una persona dovrebbe poter capire facilmente quando un dispositivo indossato da qualcun altro sta semplicemente guardando il mondo insieme al suo proprietario e quando invece quel mondo sta diventando un dato.

Perché gli smart glasses potrebbero essere uno dei dispositivi tecnologici più importanti del prossimo decennio. Possono aiutare persone con disabilità, tradurre ciò che vediamo, guidarci in una città sconosciuta, mostrarci informazioni senza costringerci a guardare continuamente uno smartphone e trasformare l’intelligenza artificiale in un vero assistente capace di comprendere il nostro ambiente.

Ma proprio questa capacità rappresenta anche il loro rischio maggiore.

Lo smartphone ha messo una videocamera nelle tasche di miliardi di persone.

Gli smart glasses stanno per metterla davanti ai loro occhi.

E quando quella videocamera sarà collegata permanentemente a un’intelligenza artificiale capace di interpretare ciò che vede, la questione non sarà più soltanto decidere se questi occhiali siano utili o innovativi. Dovremo decidere quanto siamo disposti a essere osservati dai dispositivi indossati dagli altri per permettere a questa nuova tecnologia di entrare nella vita quotidiana.

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