Editoria

Tutti invocano il Media Freedom Act. Nessuno lo applica

Quando i partiti di maggioranza o di opposizione non si trovano d’accordo su vicende inerenti al pluralismo, scrivono a Bruxelles, chiedendo l’applicazione delle norme contenute nell’European Media Freedom Act.

In realtà, il regolamento (UE) 2024/1083 è entrato in vigore il 7 maggio 2024 e la maggior parte delle sue disposizioni è pienamente applicabile dall’8 agosto 2025. Bisogna solo applicarlo. Essendo un regolamento europeo, non deve essere recepito come una direttiva. L’Italia dovrebbe però adeguare compiutamente il proprio ordinamento, introducendo le norme, le procedure e le garanzie necessarie a renderne effettive tutte le disposizioni. Ma questo non si fa, tutti troppo impegnati a scrivere a Bruxelles.

La circostanza che, quando qualcosa non va, ci si rivolga all’Europa fa comprendere quanta confusione ci sia in una politica che intende il pluralismo come una cosa da prendere a pane e puparuoli. Si invocano i principi senza comprenderne le ragioni, sempre e solo per contrastare l’altro.

Prendiamo la vicenda di Ranucci e Report, ad esempio. La maggioranza si è rivolta a Bruxelles sostenendo che il programma non garantisse un’informazione sufficientemente pluralistica. L’opposizione ha fatto la stessa cosa, ritenendo che la sostituzione del conduttore possa costituire un’interferenza politica e ledere l’autonomia della concessionaria del servizio pubblico rispetto all’esecutivo.

Le due contestazioni partono da posizioni opposte, ma hanno un elemento in comune: entrambe invocano l’European Media Freedom Act, mentre il sistema politico italiano continua a non affrontare la questione centrale posta dal Regolamento, ossia la necessità di assicurare l’effettiva indipendenza dei media di servizio pubblico.

In tutto questo, non risulta ancora compiutamente applicato l’articolo 5 del Regolamento, che impone agli Stati membri di garantire l’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico. La norma richiede procedure trasparenti, aperte, efficaci e non discriminatorie per la nomina dei loro vertici, sulla base di criteri stabiliti preventivamente. Prevede inoltre che la durata degli incarichi sia sufficiente ad assicurare un’indipendenza effettiva e che la revoca prima della scadenza possa avvenire soltanto in casi eccezionali e adeguatamente motivati.

Il problema, quindi, non consiste soltanto nello stabilire chi debba condurre Report. Consiste nel verificare se l’organizzazione e la governance della Rai siano realmente in grado di proteggere le decisioni editoriali dalle interferenze governative e politiche.

Ma non c’è solo questo. La libertà dei giornalisti e la tutela delle fonti sono tra gli argomenti disciplinati dal Media Freedom Act. Il Regolamento protegge la riservatezza delle fonti e delle comunicazioni giornalistiche, limita l’impiego di software di sorveglianza e introduce garanzie contro le indebite interferenze dei pubblici poteri.

Il tema delle querele temerarie è invece affrontato principalmente da un altro intervento europeo: la direttiva (UE) 2024/1069, relativa alle azioni giudiziarie manifestamente infondate o abusive promosse contro giornalisti, attivisti e altri soggetti che partecipano al dibattito pubblico. Anche questa disciplina deve trovare un’applicazione effettiva nell’ordinamento italiano.

L’European Media Freedom Act contiene inoltre garanzie per le testate giornalistiche rispetto alla rimozione dei contenuti e alla limitazione della loro visibilità da parte delle piattaforme online di dimensioni molto grandi.

L’articolo 18 introduce una procedura specifica che obbliga le piattaforme a informare preventivamente i fornitori di servizi di media prima di sospendere o limitare la visibilità di un contenuto ritenuto contrario alle proprie condizioni di utilizzo, consentendo loro di presentare osservazioni.

Ma è rimasta sostanzialmente lettera morta anche la norma che prevede la trasparenza della spesa per la comunicazione da parte delle pubbliche amministrazioni e delle società pubbliche.

L’articolo 25 stabilisce che i fondi pubblici destinati alla pubblicità istituzionale debbano essere assegnati secondo criteri trasparenti, oggettivi, proporzionati e non discriminatori. Le amministrazioni e le società pubbliche devono rendere disponibili le informazioni relative alle risorse impiegate, ai fornitori di servizi di media destinatari dei fondi e agli importi corrisposti.

Non si tratta di un semplice adempimento burocratico. La distribuzione della pubblicità pubblica può condizionare la sostenibilità economica delle imprese editoriali e, attraverso questa, la loro autonomia. Un Governo non può incidere sull’informazione soltanto nominando i vertici della concessionaria pubblica o esercitando pressioni sui giornalisti. Può farlo anche decidendo a quali giornali destinare le campagne istituzionali, quali imprese sostenere e quali lasciare prive di risorse.

Sono tutti principi che garantirebbero maggiore autonomia ai giornali e ai giornalisti rispetto alle indebite interferenze dei pubblici poteri e, ancor di più, rispetto al Governo, che può incidere sulla libertà delle imprese anche minandone la sostenibilità economica.

Ma maggioranza e opposizione preferiscono lagnarsi in Europa senza assumersi la responsabilità di fare quello che devono fare. Il pluralismo diventa così un argomento occasionale: non una condizione strutturale della democrazia, ma un’arma da impiegare nello scontro politico quotidiano.

Si discute del pluralismo di una trasmissione senza riformare la governance della Rai. Si difende la libertà di un giornalista senza garantire adeguatamente quella di tutti gli altri. Si denunciano le interferenze politiche senza rendere trasparente la distribuzione delle risorse pubbliche. Si criticano le piattaforme senza predisporre strumenti realmente accessibili per tutelare le testate dalle rimozioni arbitrarie dei contenuti.

In questa sciatteria della politica, il dibattito si limita a parlare di un conduttore e di un programma. Sono questioni importanti, naturalmente, ma non esauriscono il problema.

Mentre il rischio che centinaia di giornali e migliaia di giornalisti non possano fare il proprio mestiere con piena libertà e in un quadro di sostenibilità economica rimane sullo sfondo.

Quello che fa paura, onestamente, è il primo piano.

Enzo Ghionni

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