“I giudici nazionali devono esaminare attentamente le ragioni addotte da uno Stato membro per ritardare l’assegnazione di frequenze ad un operatore che ha ottenuto diritti di radiodiffusione televisiva in ambito nazionale a seguito di una gara d’appalto e, se necessario, devono ordinare rimedi appropriati per garantire che tali diritti non rimangano illusori”. Sono le parole pronunciate ieri in Lussemburgo dall’avvocato generale della Corte europea di giustizia, Poiares Maduro, in riferimento al caso strombazzato (tra gli operatori, ma poco più che ignoto al grande pubblico, peraltro del tutto indiferente a riguardo) di Europa7, l’emittente che si era posizionata utilmente in graduatoria, nel 1999, per l’ottenimento della concessione per radiodiffusione tv nazionale, cui avrebbe dovuto far seguito un’assegnazione di frequenze mai attuata perché le stesse erano ovviamente occupate da terzi (allora, come oggi, da Retequattro a Raitre). “Qualora le norme nazionali non prevedano mezzi di tutela efficaci, il diritto comunitario esige che i giudici dello Stato membro provvedano non di meno ad evitare situazioni in cui sarebbe messa a repentaglio la piena efficacia delle norme comunitarie e sarebbe infirmata la tutela dei diritti da esse riconosciuti”, ha continuato l’avvocato, concludendo che per i prossimi mesi, comunque, è attesa la sentenza della Corte di Giustizia. Sacrosante parole quelle del giurista supremo dell’UE, che tuttavia non rivelano quello che è l’aspetto più aberrante della vicenda: non già la mancata assegnazione di frequenze ad un avente diritto, quanto le allucinanti modalità di determinazione dei punteggi nella graduatoria che ha premiato, tra gli altri, Europa 7.
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