Per più di vent’anni il patto tra Google e l’editoria digitale è stato semplice, anche se non sempre equilibrato. I giornali pubblicavano notizie, approfondimenti, guide e contenuti, il motore di ricerca li indicizzava e quando qualcuno cercava un’informazione mostrava una serie di collegamenti che portavano verso i siti che avevano prodotto quelle informazioni. Google guadagnava dalla ricerca, gli editori ricevevano traffico e quel traffico poteva trasformarsi in pubblicità, abbonamenti, registrazioni e nuovi lettori. Era un equilibrio imperfetto, spesso contestato dagli editori, ma per anni ha sostenuto una parte importante dell’economia dell’informazione online. L’intelligenza artificiale sta rompendo proprio questo meccanismo perché oggi il motore di ricerca non si limita più a indicare dove si trova una risposta. Sempre più spesso prova a dare direttamente la risposta.
È probabilmente questa una delle trasformazioni più importanti che l’editoria digitale abbia affrontato dall’arrivo di Google e dei social network. Con AI Overviews e AI Mode, così come con ChatGPT e gli altri assistenti generativi, l’utente può fare una domanda e ricevere immediatamente una sintesi costruita utilizzando informazioni provenienti da numerose fonti. Per chi cerca è comodo, veloce e spesso sufficiente. Per chi quelle informazioni le ha prodotte, invece, il problema è evidente. Se il lettore ottiene ciò che voleva sapere senza aprire l’articolo originale, il giornale continua a sostenere il costo della produzione dell’informazione ma perde una parte del valore economico generato da quel contenuto. È il paradosso che sta diventando sempre più evidente: le informazioni giornalistiche acquistano valore per alimentare sistemi intelligenti proprio mentre rischiano di perdere valore economico per chi le produce.
I numeri cominciano a mostrare quanto profondo possa essere il cambiamento. Le analisi citate dal Reuters Institute indicano che il traffico proveniente dalla ricerca Google verso oltre 2.500 siti di informazione è diminuito globalmente di circa un terzo tra novembre 2024 e novembre 2025, con un calo ancora superiore negli Stati Uniti. Non tutto naturalmente può essere attribuito all’intelligenza artificiale perché cambiano contemporaneamente gli algoritmi, le abitudini dei lettori e il peso dei social network, ma il fenomeno delle ricerche che terminano senza un clic verso il sito originale è ormai impossibile da ignorare. Quando una risposta generata dall’AI occupa una parte consistente della pagina, il tradizionale elenco dei risultati viene inevitabilmente spinto più in basso e per molte domande informative l’utente non ha più un vero motivo per continuare la navigazione.
Per l’editoria questa trasformazione rischia di essere persino più delicata di quella provocata dai social. Facebook e le altre piattaforme avevano certamente spostato una parte enorme del potere distributivo, ma continuavano generalmente ad avere bisogno del clic. Una notizia circolava sulla piattaforma e il collegamento poteva portare il lettore verso il giornale. Con l’intelligenza artificiale generativa accade qualcosa di diverso perché tra la fonte e il lettore compare un nuovo intermediario capace non soltanto di distribuire il contenuto, ma di leggerlo, sintetizzarlo, confrontarlo con altre fonti e presentare direttamente il risultato finale. Il rischio per l’editore è quindi quello di passare lentamente dall’essere una destinazione a diventare semplicemente una fonte invisibile dietro una risposta.
Google respinge però l’idea che l’intelligenza artificiale stia semplicemente distruggendo il traffico del web e sostiene che la ricerca continui a inviare miliardi di clic verso i siti, oltre a generare nuove tipologie di interrogazioni e visite potenzialmente di maggiore qualità. L’azienda sta anche modificando il modo nel quale le fonti vengono mostrate nelle risposte generate dall’AI, rendendo più visibili alcuni collegamenti e sperimentando strumenti pensati proprio per gli editori. Tra questi ci sono le fonti preferite, che consentono agli utenti di indicare le testate che vogliono vedere con maggiore frequenza, e sistemi che mettono maggiormente in evidenza i contenuti delle pubblicazioni alle quali il lettore è già abbonato. Secondo Google, quando una fonte viene indicata come preferita aumenta significativamente la probabilità che l’utente apra il collegamento.
Il punto, però, rimane economico prima ancora che tecnologico. Produrre informazione costa. Bisogna pagare giornalisti, collaboratori, fotografi, agenzie, tecnici, server, amministrazione e strutture editoriali. Un’intelligenza artificiale può sintetizzare in pochi secondi il risultato di quel lavoro, ma qualcuno deve continuare a farlo a monte. Se progressivamente diminuiscono pubblicità, visite e abbonamenti, si crea una domanda alla quale l’industria tecnologica non ha ancora trovato una risposta convincente: chi finanzierà le informazioni originali utilizzate per costruire le risposte dell’intelligenza artificiale?
È per questo che lo scontro tra editori e piattaforme sta entrando in una fase completamente nuova. Non si discute più soltanto della posizione di un articolo nei risultati di Google o della percentuale dei ricavi pubblicitari assorbita dalle grandi piattaforme. Si discute del diritto stesso di utilizzare il contenuto giornalistico per produrre una risposta alternativa all’articolo originale. Nell’estate del 2026 Google ha iniziato a sperimentare nel Regno Unito un meccanismo che dovrebbe consentire agli editori di continuare a essere presenti nella ricerca tradizionale escludendo però i propri contenuti dalle funzioni generative. È un passaggio importante perché separa due cose che fino a poco tempo fa sembravano inevitabilmente collegate: essere indicizzati da Google e permettere che quelle stesse pagine vengano utilizzate dalle sue funzioni di intelligenza artificiale.
Ma anche questa libertà apre un dilemma. Se un editore permette all’AI di utilizzare i propri articoli rischia di contribuire alla costruzione di risposte che potrebbero evitare il clic verso il suo sito. Se decide di impedirlo rischia invece di diventare meno visibile proprio nel luogo nel quale una parte crescente delle persone cercherà informazioni. È una scelta difficile soprattutto per le testate più piccole, che non dispongono della forza contrattuale dei grandi gruppi editoriali e dipendono maggiormente dal traffico proveniente dalle piattaforme. I dati disponibili suggeriscono inoltre che proprio gli editori di dimensioni minori possano essere quelli più vulnerabili alla trasformazione della ricerca.
La soluzione probabilmente non sarà tornare al web di dieci anni fa perché quel web non tornerà. La ricerca sta diventando conversazionale e gli utenti si abitueranno sempre di più a formulare domande invece di digitare poche parole chiave. Anche la SEO dovrà inevitabilmente cambiare. Per anni l’obiettivo di un editore è stato conquistare la prima pagina di Google, possibilmente una delle prime posizioni. Domani potrebbe diventare altrettanto importante essere riconosciuto dall’intelligenza artificiale come una fonte autorevole, essere citato correttamente e soprattutto riuscire a trasformare quella citazione in una relazione diretta con il lettore.
Ed è forse proprio qui che si trova una possibile via d’uscita. Se Google, Facebook e ora gli assistenti AI diventano intermediari sempre meno prevedibili, il valore del rapporto diretto con il pubblico aumenta. Newsletter, applicazioni, notifiche, abbonamenti, community e soprattutto la riconoscibilità del marchio editoriale possono diventare molto più importanti del semplice numero di visite ottenute attraverso una ricerca. Per anni una parte dell’editoria digitale ha inseguito il traffico, producendo contenuti costruiti per intercettare le domande degli utenti e gli algoritmi dei motori di ricerca. L’intelligenza artificiale potrebbe paradossalmente costringere gli editori a tornare a qualcosa di molto più antico: convincere il lettore a cercare direttamente una testata perché si fida di quella testata.
È questo il punto sul quale si giocherà probabilmente una parte del futuro dell’informazione. In un mondo nel quale qualsiasi sistema può produrre in pochi secondi un riassunto apparentemente completo, il valore non sarà necessariamente avere più contenuti, ma avere contenuti che possiedono una fonte riconoscibile, una responsabilità editoriale e una reputazione. Una macchina può sintetizzare cento articoli, ma quei cento articoli devono prima essere scritti, verificati e pubblicati da qualcuno.
L’intelligenza artificiale non sta quindi rendendo inutile il giornalismo. Sta rendendo molto più urgente capire come finanziarlo. Ed è una differenza enorme, perché se il nuovo ecosistema digitale continuerà ad avere bisogno delle informazioni prodotte dagli editori ma smetterà progressivamente di mandare lettori verso chi le produce, prima o poi il sistema dovrà trovare un nuovo equilibrio economico. Altrimenti rischiamo di costruire strumenti sempre più efficienti nel rispondere alle nostre domande mentre lentamente indeboliamo proprio le fonti dalle quali quelle risposte provengono.
Per l’editoria la vera sfida dell’intelligenza artificiale potrebbe quindi non essere imparare a utilizzare ChatGPT, Gemini o qualsiasi altro modello arriverà nei prossimi anni. La sfida sarà molto più importante: evitare di diventare la materia prima gratuita di un’economia dell’informazione nella quale il valore viene prodotto dalle redazioni, elaborato dalle piattaforme e consumato dagli utenti senza che il lettore abbia più bisogno di arrivare fino al giornale.
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