L’informazione c’è ma mancano i lettori

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Per anni il dibattito sul futuro dell’informazione è stato dominato da una convinzione apparentemente incontestabile: il problema era l’accesso alle notizie. Internet avrebbe democratizzato l’informazione, abbattuto le barriere all’ingresso, moltiplicato le fonti e consentito a chiunque di informarsi in qualsiasi momento.

Oggi quella stagione sembra definitivamente conclusa. Il problema non è più trovare le notizie. Il tema è che una parte crescente dei cittadini dedica sempre meno tempo all’informazione e spesso si limita a forme di consumo estremamente superficiali.

I dati più recenti diffusi dall’Osservatorio sul sistema dell’informazione dell’Agcom confermano una tendenza che emerge ormai da diversi anni anche nelle ricerche internazionali: cresce il numero delle persone che scelgono consapevolmente di evitare l’informazione o di limitare il proprio consumo di notizie. Non si tratta di cittadini esclusi dall’accesso ai media o privi degli strumenti tecnologici necessari. Si tratta di persone che potrebbero informarsi ma decidono di non farlo.

Le ragioni sono molteplici. Alcuni ritengono che le notizie siano troppo negative. Altri dichiarano di sentirsi sopraffatti dalla quantità di informazioni disponibili. Altri ancora diffidano delle fonti o ritengono di non riuscire a distinguere ciò che è attendibile da ciò che non lo è.

Qualunque sia la causa, il risultato è lo stesso: il sistema dell’informazione si trova di fronte a un problema completamente diverso da quello che aveva immaginato soltanto pochi anni fa.

Per lungo tempo le politiche pubbliche per l’editoria sono state costruite attorno all’idea di garantire l’esistenza di una pluralità di testate. Una logica comprensibile e condivisibile. Una democrazia ha bisogno di una pluralità di voci, soprattutto nei territori e nei segmenti di mercato che non riescono a sostenersi esclusivamente con le risorse del mercato pubblicitario.

Ma cosa accade se, a fronte di un’offerta informativa sempre più ampia e pluralistica, la domanda si concentra su contenuti sempre più brevi, fino a ridursi spesso alla lettura del titolo di un post sui social network?

È una domanda scomoda, ma sempre più difficile da ignorare. Le grandi piattaforme digitali traggono vantaggio da questa trasformazione. Anche quando gli utenti non leggono gli articoli, continuano infatti a trascorrere tempo online, generando dati, visualizzazioni e ricavi pubblicitari. L’attenzione si sposta dall’informazione alle piattaforme che la distribuiscono, con conseguenze evidenti sia per il mercato sia per il pluralismo.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulle difficoltà economiche delle imprese editoriali, sul calo delle vendite, sulla riduzione della raccolta pubblicitaria, sulla concorrenza delle piattaforme digitali e, più recentemente, sull’impatto dell’intelligenza artificiale. Tutti problemi reali. Tuttavia, il fenomeno della cosiddetta news avoidance suggerisce che esista una questione ancora più profonda.

Quanto possono reggere le democrazie se i cittadini non sono più informati? Con quali criteri si forma l’opinione pubblica in una società in cui le decisioni vengono assunte senza conoscere i problemi, la struttura sociale, le implicazioni delle scelte politiche?

Un argomento che andrebbe messo al primo piano dell’agenda politica ma che lascia il passo ad altri post, anzi a dei titoli di post.

Eppure la qualità della democrazia dipende anche dalla qualità dell’informazione. Se una parte crescente dei cittadini rinuncia a comprendere i problemi e si limita a consumare frammenti di comunicazione, il rischio non riguarda soltanto il futuro dell’editoria. Riguarda il funzionamento stesso delle istituzioni democratiche.

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